Quell'utility dell'elettricità finita presto in cortocircuito

Roma. Sorgenia è una utility nata nel 1999 su iniziativa del gruppo Cir, allora guidato dall'ingegner Carlo De Benedetti, e del partner di minoranza, la compagnia energetica austriaca Verbund. L'obiettivo era partecipare alla liberalizzazione del mercato elettrico avviata dal decreto Bersani che prevedeva la cessioni di alcune centrali Enel. L'intento, nemmeno troppo nascosto, era ripetere in campo elettrico il successo dell'operazione Infostrada/Omnitel con la telefonia fissa e mobile.

L'iniziativa, però, non ebbe l'esito sperato anzi, come ebbe a dire Rodolfo De Benedetti, fu «un insuccesso»: il costo di acquisizione degli impianti termoelettrici, la sottoscrizione di contratti onerosi per la fornitura di gas e la recessione dell'economia italiana che ha fatto arretrare i consumi produssero nell'arco di poco meno di un quindicennio una situazione finanziaria insostenibile per le casse di Sorgenia. L'investimento si fondava su un massiccio ricorso al credito bancario. Alla fine del 2013 il pool di banche finanziatrici (Mps, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Bpm, Banco Popolare e Mediobanca) chiese alla famiglia dell'Ingegnere di iniettare nuove risorse nell'azienda (almeno 300 milioni) per garantirne la continuità vista la perdita maturata di oltre 780 milioni. La controproposta di Cir non fu ritenuta soddisfacente e a inizio 2015 gli istituti rilevarono Sorgenia trasformando di fatto i circa 2 miliardi di crediti in azioni.

Alla presidenza fu nominato l'ex numero uno di Enel, Chicco Testa, interprete principale del renzismo «energetico», ma la svolta è ancora di là da venire tant'è che alla fine dell'anno scorso le banche hanno rimesso mano al business plan della produzione di energia.

GDeF

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