Le scienze umanistiche e la nostra identità

Non capita di frequente che un ateneo italiano ottenga il primato a livello mondiale in una classifica che fornisce un'analisi sulla qualità dei programmi universitari

Le scienze umanistiche e la nostra identità

Non capita di frequente che un ateneo italiano ottenga il primato a livello mondiale in una classifica che fornisce un'analisi sulla qualità dei programmi universitari, perciò non possiamo che rallegrarci per il primo posto de La Sapienza di Roma negli studi Classici e di Storia Antica. Secondo la ricerca condotta dalla «QS World University Rankings by Subject», l'Italia è la settima nazione al mondo per numero di università in classifica e, oltre al primato dell'ateneo romano, tre le prime dieci spiccano il Politecnico di Milano e la Bocconi in altre discipline di studio. Ma è in ambito umanistico che il nostro paese gioca un ruolo da protagonista con La Sapienza (decima anche per Archeologia) e il sesto posto della Scuola Normale Superiore di Pisa per gli Studi Classici e Storia Antica. Un primato che dovrebbe farci riflettere alla luce della delegittimazione subita dagli studi umanistici negli ultimi decenni, prima con la vulgata che fossero «inutili» e «non danno lavoro», poi con il tentativo di smantellarne l'apprendimento attraverso i deliri del politicamente corretto e della cancel culture. Il risultato della ricerca rappresenta un monito a difesa delle discipline classiche che dovrebbero riacquisire la centralità avuta nei decenni e secoli passati. Non dobbiamo dimenticare che il sistema universitario nacque in epoca medioevale basandosi proprio sugli studi classici e giuridici. Ciò non vuol dire negare l'importanza di facoltà economiche, tecniche e scientifiche - imprescindibili per la crescita del paese - ma garantire una pari dignità alle materie umanistiche. Un percorso che passa da investimenti, fondi per la ricerca ma soprattutto da una difesa dei programmi e degli autori antichi dai tentativi di cancellarli in preda ai deliri ideologici. Difendere gli studi umanistici significa rifiutare l'uso di simboli come la schwa o l'asterisco, vuol dire opporsi a scelte come quella compiuta dalla Howard University lo scorso anno negli Stati Uniti che ha chiuso il Dipartimento di studi classici perché la maggior parte degli autori tradizionali sono «uomini bianchi» e «suprematisti».

E ancora, battersi contro decisioni come la riforma del governo spagnolo per le scuola secondaria dell'obbligo (la nostra scuola media) che cancella lo studio «cronologico» della storia per sostituirlo con «nuclei tematici» come l'«ecofemminismo» o i «diritti LGBTIQ+». Per questo salvaguardare gli studi classici significa non solo difendere lo studio della storia e della letteratura ma la nostra identità.

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