Se i maschi rischiano il cancro per troppo pudore

Mi vergogno a spogliarmi davanti a qualcuno (qualcuna) che conosco, figuriamoci a un estraneo

Se i maschi rischiano il cancro per troppo pudore

Le donne sono più provvedute degli uomini in quanto a prevenzione. È assodato. Periodicamente, si fanno controllare (non oso dire palpare perché dalle nostre parti, lombarde, è un verbo erotico e io sono pudico, si fa per dire) il seno e ispezionare l'utero, le zone maggiormente a rischio tumori. Ciò agevola diagnosi precoci e interventi tempestivi che, il più delle volte, consentono guarigioni ovvero un allungamento della vita.

Rispetto a un tempo, il costume sanitario femminile si è evoluto, indiscutibilmente. Il merito è stato soprattutto di Umberto Veronesi, medico e scienziato talmente noto e celebrato che non vale la pena di sunteggiarne la biografia. È persona di vasta cultura, non soltanto scientifica, e il suo sapere non incide soltanto in sala operatoria, ma anche sull'educazione delle pazienti che hanno così capito come comportarsi per schivare guai irreparabili. All'illustre clinico, che mi onora della sua amicizia, la stessa cosa non è però riuscita con i maschi, forse perché non hanno le tette, per non parlare dell'utero.

Mi rendo conto: questa mia affermazione, un tantino tautologica, risulterà superficiale al lettore. Cerco quindi di approfondire, puntando sulla mia esperienza in fatto di rapporti con i dottori, la cui consultazione è indispensabile per sapere a che punto ti trovi del viaggio che ha per terminal (indesiderato) la tomba. Vado giù piatto. Mi vergogno a spogliarmi davanti a qualcuno (qualcuna) che conosco, figuriamoci a un estraneo. Un aspetto del problema, questo, tuttavia superabile. Problema che diventa invece un dramma qualora essere nudi non basti, dovendo il medico procedere a esami che comportino intromissioni nel corpo.

Si sa che il cancro più frequente negli uomini oltre la cinquantina è quello della prostata, una ghiandolina - dicono - che l'usura trasforma in fonte di sciagure, dall'impotenza in su. Quando succede il patatrac, tu, malato inconsapevole, non te ne accorgi manco per niente perché è indolore. Oddio qualche segnale di inefficienza si manifesta: ti scappa la pipì ogni due per tre. Ma non ci fai caso: pensi di aver bevuto troppa acqua. A lungo andare trovi sempre un amico che ti racconta i suoi conflitti causati dalla prostata, nei quali identifichi i tuoi, cosicché ti decidi a prendere l'appuntamento con l'urologo. A me è capitata un'urologa.

Lì per lì sono stato tentato di fuggire con un pretesto idiota: mi scusi, ho lasciato l'auto in divieto di sosta. Debole, come scusa. Sono rimasto immobile, rassegnato. La dottoressa, dopo un breve interrogatorio, mi ha fatto stendere sul lettino ingiungendomi di togliermi non solo i pantaloni, ma anche le mutande. Avete capito bene: mutande. E un uomo smutandato è ridicolo per definizione. Fosse finita qui. La gentile signora mi ha spalmato un unguento e mi ha letteralmente sodomizzato, senza neanche un bacio, un fiorellino.

Mai provato tanto imbarazzo. Lei, invece, era a suo perfetto agio. Non finiva più di ispezionare. Si è limitata a dire che ce l'avevo un po' ipertrofica e che, per prudenza, sarebbe stata opportuna una biopsia. «Non subito: fra due giorni», ha detto, senza muovere un muscolo facciale. Non potevo sottrarmi.

Trascorse 48 ore, mi presento all'ospedale. Tutto era già pronto. Solito sbiottamento, e avanti con la seconda terrificante sodomizzazione. Peggiore della prima. Ignoro quanti strumenti il medico donna abbia introdotto disinvoltamente - direi sadicamente - nel mio deretano umiliato e offeso. Ho avuto l'impressione che per arrivare al capolinea abbia usato anche uno scooter.

Una settimana più tardi, il responso: negativo. Sollievo accompagnato da un impegno: d'ora in poi eviterò al mio didietro di subire un affronto del genere. E invece mi è accaduto di peggio: i diverticoli mi hanno costretto alla colonscopia. Vi risparmio i dettagli tranne uno: l'ha eseguita la dottoressa Zenia Pirone del Fatebenefratelli, bravissima e competente. La quale, intuendo il mio stato d'animo sconvolto all'idea di mostrarmi col sedere per aria, ha convocato l'anestesista - donna pure lei, giovane per giunta - e mi ha fatto addormentare.

Il disastro è avvenuto al risveglio allorché la dottoressa Pirone con un sorriso mi ha annunciato che trattavasi, appunto, di diverticoli e non di tumore. D'accordo, bella notizia. Però, mentre parlava, immaginavo il suo disgusto nel rovistare all'interno del mio intestino, mai esibito ad alcuno.

La narrazione termina qui.

Suppongo spieghi più efficacemente di qualsiasi ragionamento psicologico il motivo per cui noi maschi siamo riluttanti, assai più delle signore, alle visite mediche raccomandate per prevenire le malattie fatali. Non siamo afflitti da un complesso di inferiorità: siamo inferiori.

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