PROTAGONISTA COL MINIMO SFORZO

Jacques Chirac si è attestato sulla linea del minimo sforzo: la Francia invierà in Libano due battaglioni, circa 1600 uomini, che si aggiungeranno ai 400 già presenti, per un totale di 2000 uomini. Quanto basta, secondo il presidente francese, a dire che, se l'Onu lo desidera, la Francia continuerà ad esercitare il comando della missione: un giro di parole, per rivendicarlo e soffiarlo all'Italia, che con Prodi e D'Alema non ha cessato di proclamare in ogni occasione di essere pronto ad assumerlo, beninteso se gli fosse stato richiesto. Per i rapporti storici con il Libano e per il ruolo che la Francia afferma di avere in campo internazionale, ci si sarebbe aspettato qualcosa di più. Ma alla vigilia della riunione del vertice dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, Parigi non poteva presentarsi a mani vuote. Non è tutto: la decisione farà oggetto di un dibattito in Parlamento, che si aprirà il 7 settembre.
Questo significa che Chirac ha ancora delle riserve. Infatti è significativo l'ordine in cui, dopo quello generale del rispetto della tregua, ha elencato gli obiettivi della missione: liberazione dei militari israeliani, liberazione dei prigionieri libanesi, controllo della frontiera e disarmo delle milizie. Sul primo punto, Chirac è andato incontro a Israele, dimostrando di avere preso sul serio la dichiarazione, ripetuta anche ieri a Roma dal ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, che senza la liberazione dei tre soldati israeliani la Risoluzione 1701 non può avere attuazione. Sul secondo punto, ha dato una mano al Libano. Il terzo, cioè il controllo delle frontiere, rimane ambiguo, anche perché il presidente siriano ha detto che considererebbe un atto ostile se tale controllo si estendesse lungo tutta la frontiera del Libano: in pratica rivendicando il diritto di far passare i rifornimenti a Hezbollah. Solo al quarto punto Chirac ha indicato il disarmo delle milizie, cioè di Hezbollah, che era lo scopo politico principale della Risoluzione 1701.
Perciò il modesto sforzo francese non riduce le ambiguità della missione. Mentre il prestigio di Hezbollah cresce in tutto il mondo arabo, mettendo in difficoltà i regimi moderati di Arabia Saudita, Egitto e Giordania, il suo disarmo effettivo ad opera dell’esercito libanese appare improbabile. E l'idea, sostenuta anche da D'Alema, di incorporare la milizia nell'esercito, è una bomba a orologeria: gli hezbollah avrebbero campo libero per fare proselitismo e spingere i militari del Libano su posizioni fondamentaliste. Un obiettivo gradito all'Iran e, probabilmente, subìto dal presidente siriano, la cui autonomia da Teheran va scomparendo. Un disegno che prevede l'accerchiamento di Israele, già abbastanza avanzato poiché Hezbollah ha dimostrato di potere influire anche su Hamas, cioè nei Territori palestinesi. Ora, senza il disarmo di Hezbollah, è praticamente certo che riprenderà il lancio di missili su Israele e le forze Onu si troveranno tra due fuochi. Anche perché Hezbollah ha utilizzato solo un terzo del suo arsenale.
Oggi, a Bruxelles, i ministri degli Esteri dell'Ue, riuniti su richiesta di D'Alema, sceglieranno tra un'analisi strategica di lungo periodo e un compromesso sul dosaggio dei contributi dei singoli Paesi che offriranno un contingente. È probabile che prevarrà la seconda scelta, forse condita da frasi altisonanti. Ma non deve sfuggire un elemento: l'enfasi posta, soprattutto da parte italiana, sul ruolo dell'Europa tende a dare al mondo islamico un segnale che l'Ue può muoversi in Medio Oriente senza gli Stati Uniti.

Questa separazione viene considerata, soprattutto dall'Iran, fin dai tempi di Khomeini, come il primo passo per espellere gli Usa dalla regione e privare quindi Israele del loro maggiore alleato. Uno scenario assai poco rassicurante.

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