Il qualunquismo (miope) del Corriere

Nel giorno in cui l’Italia, grazie alla firma del rivolu­zionario contrat­to salva Fiat, mette un pie­de nel nuovo mondo glo­­balizzato, il Corriere del­la Sera , presunto portavo­c­e della borghesia illumi­nata del Nord, celebra il funerale del Paese. Lo fa attraverso la penna di uno dei suoi commenta­tori di punta, Ernesto Gal­li della Loggia, che nel­l’editoriale di ieri disegna uno scenario apocalitti­co quanto ingeneroso. L’articolo si sarebbe potu­to titolare: «Piove, gover­no ladro». Ma trattandosi dello scritto di un intellet­tuale di chiara fama, in via Solferino hanno opta­to per un so­lenne: «Un disperato qualunqui­smo». Dopo aver elenca­t­o per due co­lonne di te­sto una serie di luoghi co­muni da di­b attito d’osteria (pa­e­saggio scon­volto da fra­ne e alluvioni, bibliote­che che versano in condi­zioni penose, tasse trop­po alte, burocrazia oppri­mente, un premier pateti­co e i suoi oppositori va­cui, sono tutti ladri ecce­tera eccetera), Galli della Loggia conclude che gli italiani sono condannati appunto a un «disperato qualunquismo». L’editorialista del Cor­riere ne ha per tutti: dai politici che ormai suscita­no solo disprezzo, ai gior­nali che «solcano quoti­dianamente l’oceano del nulla» (si riferisce al suo?). Salva, quanto me­no non cita, soltanto la sua casta, quella degli in­tellettuali da salotto e dei professori universitari che in teoria dovrebbero invece essere i primi re­sponsabili del presunto «nulla» che ci avvolge. A chi infatti doveva spetta­re il compito di forgiare e guidare la classe dirigen­te del Paese se non a loro? Qualunquiste, a mio mo­d­esto avviso, sono le paro­le scritte da Galli della Loggia, un ragionamen­to privo di qualsiasi spun­to di proposta e tensione politica. È come andare in chiesa e sentirsi dire dal pulpito: ragazzi, Dio non esiste e anche se esi­ste non conta niente. Mi verrebbe da dire: vabbè, caro Galli della Loggia, ma allora che cosa ti paga­no (e leggono) per fare? Accomunare nel disa­stro, come ha fatto lui, Berlusconi e Bersani, La Russa e Vendola, vuole di­re sfregiare quell’impe­gno ideologico senza il quale una democrazia è inevitabilmente destina­ta alla morte. Questo è il qualunqui­smo che il Corriere del­la Sera sta iniettando nel Paese a dosi massic­ce. Non è ve­ro che Berlu­sconi e Di Pietro, nel bene e nel male, sono sullo stesso piano. Quel­lo che Galli della Loggia non vede, o tace, è che da sedici anni si sta combat­tendo una battaglia epo­cale tra la componente li­berale del Paese (sicura­mente inesperta perché soffocata per cin­quant’anni dalla Dc) e quella ex comunista (an­siosa di potere e rivincita dopo cinquant’anni di forzata opposizione). Da che parte stare non è inin­fluente né inutile. E sareb­be appunto qualunqui­sta scegliere per mera va­lutazione di efficienza o onestà di chi in questo momento è sul campo. Sulle scelte che riguarda­no la politica economica, le riforme istituzionali, la legislazione su temi etici e le libertà individuali, le due strade ancora oggi di­vergono e decidere quale imboccare non è inin­fluente. Non è tra l’altro vero che chi sta guidando oggi non abbia fatto nulla di buono. Sostenerlo è falso nei fatti e disonesto intellettualmente. L’elenco lo lasciamo ai comizi di Berlusconi. Ma così, tanto per citare, se Marchionne l’altro ieri ha potuto firmare il nuovo patto che rivoluziona il lavoro è perché questo governo ha fatto una scelta precisa e liberale: non intervenire, lasciare che fosse il mercato e le parti a trovare il punto d’incontro. Se Giuseppe Recchi, presidente di General Electric Italia, sostiene (come raccontiamo oggi all’interno) che l’Italia resta un mercato interessante per gli investitori stranieri, è perché questo governo sta tenendo i conti in un certo modo. Se la gente ha problemi ma non è disperata è perché le tasse non sono state aumentate. Se da pochi mesi si va in treno da Milano a Roma in tre ore, se l’Alitalia c’è ancora, se l’università può guardare con più ottimismo al suo futuro, se la burocrazia è stata almeno scalfita è perché qualcuno ci avrà pur pensato e lavorato sopra. Oggi sappiamo che a Galli della Loggia tutto ciò non basta. Non basta neppure a noi.

La differenza è che non essendo qualunquisti come lui, noi siamo convinti che soltanto dei veri liberali prima o poi sapranno accontentarci. E quindi li sosteniamo, a volte turandoci il naso, perché crediamo che siamo sulla strada giusta.

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