Via Quaranta: trasloca la scuola islamica

Il Comune metterà a disposizione l’edificio in cui ospitare i circa 400 studenti egiziani abusivi

Via Quaranta: trasloca la scuola islamica

Augusto Pozzoli

Per la scuola coranica di via Quaranta, una situazione di illegalità tollerata per una dozzina d’anni, si profila finalmente una soluzione: il Comune è pronto a mettere a disposizione un plesso scolastico cittadino inutilizzato - in cui ospitare gli oltre 400 figli di famiglie egiziane di stretta osservanza islamica - a patto però che i gestori dell’istituto presentino entro il 2006 regolare domanda di parità.
Questo l’accordo raggiunto in sede di tavolo interistituzionale (Comune, tribunale per i minorenni, direzione scolastica regionale) per dar modo ai piccoli immigrati egiziani di poter assolvere all’obbligo scolastico. Cauto, ma fondato l’ottimismo di Mario Dutto, direttore scolastico della Lombardia. «La situazione non era più tollerabile – dice – e gli stessi genitori dei minori della scuola di via Quaranta ormai avevano capito che andava risolta: si tratta di gente che ormai ha tutto l’interesse a mettere i figli nelle condizioni di poter crescere normalmente nel nostro paese e che non potevano pensare di farli tornare in Egitto per frequentare una scuola normale. La soluzione di una scuola paritaria mi sembra in effetti la via d’uscita più ragionevole».
Il caso era esploso più di un anno fa quando un gruppo di allievi (in maggioranza ragazze) - dopo aver frequentato gli studi in via Quaranta ed aver superato gli esami di licenza media in un istituto comprensivo della zona - si era iscritto all’Agnesi di via Tabacchi per frequentare il primo anno di liceo linguistico. Un gruppo che per la prima volta accettava di frequentare una scuola italiana statale, ma a condizione di poter restare tutti insieme in una stessa classe. Insomma, una classe islamica all’Agnesi.
Il progetto era stato concordato anche a livello ministeriale, ma appena reso pubblico aveva sollevato un tale turbinio di critiche, da destra come da sinistra, da indurre il ministro Letizia Moratti a bloccarlo sul nascere. Un tentativo comunque non inutile, e non solo per gli studenti coinvolti, che in parte erano tornati in Egitto per continuare gli studi, in parte avevano frequentato un corso di preparazione a sostenere gli esami di idoneità alla seconda classe (questi ultimi hanno poi superato gli esami e il prossimo anno continueranno a studiare in classi normali di normali scuole statali).
Le polemiche suscitate sul caso avevano comunque indotto le istituzioni competenti a trovare un accordo per eliminare una situazione del tutto illegale. In un primo tempo i responsabili della scuola coranica avevano proposto d’essere riconosciuti come scuola straniera. Un’ipotesi in teoria accettabile, perché già perseguita da altre comunità straniere presenti nella nostra città, ma impraticabile per la scuola di via Quaranta. «Noi non avremmo potuto avere obiezioni per questa soluzione – ricorda il direttore scolastico Mario Dutto – ma l’Asl e i vigili del fuoco avevano già documentato che la struttura che ospitava i 400 allievi era del tutto inadeguata. Lì, insomma, non c’erano le condizioni per autorizzare un’attività scolastica».
In effetti i locali in cui studiavano i figli degli immigrati egiziani erano privi d’ogni minimo confort. Bambini e ragazzi erano addirittura costretti a frequentare le lezioni d’inverno coi cappotti, perché non c’era riscaldamento. Una scuola, insomma, da rifondare: in un ambiente nuovo, con regole nuove. Quali? Spiega Mario Dutto: «Sin dall’inizio del prossimo anno almeno la prima classe deve essere affidata a insegnanti regolarmente abilitati per svolgere l’attività e i programmi previsti dalla scuola italiana. Sulla base di questa impostazione i responsabili della scuola dovranno presentare domanda di parità.

Solo a questa condizione si potrà sbloccare la situazione e dare finalmente anche ai figli di quelle famiglie un’istruzione riconosciuta a pieno titolo in Italia». E su questa ipotesi i responsabili di via Quaranta stanno già lavorando, in attesa che il Comune indichi la struttura scolastica in cui inserirsi.

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