Il rischio di dopare i tifosi

È da condividere l’argomentazione di Geronimo che auspica un limite alla «responsabilità oggettiva» e che anche nel mondo del calcio diventi prevalente la «responsabilità personale». Da questo punto di vista sembra giusto difendere i giocatori e i tifosi ignari degli intrallazzi dei dirigenti delle loro squadre, perché essi sono «le vere vittime» e «se le richieste del procuratore federale dovessero essere accolte, gli innocenti puniti sarebbero milioni di persone e decine e decine di campioni a fronte di un gruppo limitato di colpevoli».
A mio avviso, però, in questo ragionamento di Geronimo c’è una dimenticanza: i milioni di tifosi e le decine e decine di campioni delle «altre» squadre che sono stati danneggiati poiché quegli intrallazzi dei dirigenti hanno fatto perdere lo scudetto ad alcune squadre, ed altre, perseguitate e danneggiate, sono state retrocesse, e mentre il valore dei giocatori di queste è conseguentemente calato, i tifosi hanno subito e già pagato un danno morale per le mancate vittorie e per le ingiustizie subite.
In ballo non ci sono solo i tifosi innocenti delle squadre che rischiano di essere penalizzate, e quindi sono destinati a soffrire quanto meno l’umiliazione; ci sono anche, altrettanto numerosi, i tifosi delle altre squadre, i cui dirigenti non hanno intrallazzato, e che già hanno sofferto non poche umiliazioni. I dirigenti delle squadre non gestiscono solo le società, ma anche i tifosi, che sono poi, in qualche caso, azionisti, ma soprattutto consumatori di prodotti mediatici e di gadget. In questo senso, esiste un continuum di responsabilità tra i dirigenti e i giocatori e la platea, in qualche caso sterminata, dei tifosi. E questo essi sono i primi a saperlo.
Quanto ai giocatori «ignari», appartenenti ad una società «vincente» anche – non diciamo «solo» – per gli intrallazzi dei dirigenti, hanno incassato dei benefici non trascurabili: contratti di ingaggio e reingaggio, contratti pubblicitari, notorietà. Ammettendo che non abbiano partecipato al meccanismo degli «intrallazzi», in che misura ne erano all’oscuro? In che misura, percependone il sentore, hanno giocato con una certa «sicurezza» di avere le spalle coperte? E sono veramente da compiangere se, nel caso in cui le società di appartenenza venissero in qualche modo declassate, cercassero contratti miliardari alternativi magari all’estero? Sono in realtà pochi i casi di giocatori importanti che hanno anteposto la fedeltà di squadra e di tifosi a un contratto vantaggioso, alla possibilità di vincere passando a una società più «forte» in tutti i sensi. Senza contare che questi giocatori «ignari» di specifiche operazioni, e per questo «innocenti», sono legati ai loro procuratori, i quali svolgono un complesso lavoro di raccordo con le società, gli allenatori, gli sponsor, i mass media.
Tuttavia, ammettendo che l’illecito, nello sport come nella politica e nell’economia, faccia parte della realtà umana, c’è sempre una barriera che può bloccarlo, purché venga alzata e sia solida: è il rigoroso rispetto delle regole in campo. Qui entrano in gioco coloro che sono tenuti a fare rispettare le regole, verso tutti e nello stesso modo, cioè i componenti della classe arbitrale, designatori ovviamente inclusi. Poiché l’arbitro è il giudice in campo e le sue decisioni sono ultimative, senza appello. Ora, i dirigenti possono intrallazzare quanto vogliono, ma il giudice in campo, l’arbitro, se è esente da influenze e se è competente, può vanificare qualsiasi tentativo di distorcere il risultato dall’esterno. Purtroppo abbiamo visto che questo è risultato l’anello debole ma decisivo del meccanismo. Infatti, come in una catena, non è necessario che tutti gli anelli siano deboli, ne basta uno o ne bastano pochi.
Se è facile comminare sanzioni ai dirigenti e a qualche componente della classe arbitrale, come garantire in futuro che questa sia così all’altezza del suo compito da scoraggiare i primi da qualsiasi tentativo di influenza? La soluzione è nella forza morale personale, cioè nel senso di responsabilità, da incoraggiare però anche in modo oggettivo: si può ammettere un «errore arbitrale», anche perché si è visto come la moviola possa essere manipolata; ma più errori, specie se sempre nella stessa direzione, devono portare ad una fine automatica della carriera: le mele marce non si spostano nella cesta, si eliminano. Inoltre ci possono essere degli aiuti tecnologici: i sensori sulla porta, ad esempio, escluderebbero una interpretazione discrezionale sul fatto se il pallone abbia o no varcato interamente la linea. Episodi che hanno deciso scudetti.
Alla fine, una volta assicurato che in campo siano sempre «undici contro undici», tutto resterà nelle gambe e nella testa dei giocatori.

Per cui dobbiamo credere che Baggio, nel 1994, non sbagliò il rigore per fare un dispetto a Sacchi (e a Berlusconi presidente del Consiglio), e Trezeguet, pochi giorni fa, non lo abbia sbagliato per fare un dispetto a Domenech che lo aveva a lungo escluso dalla squadra (e fare un favore a Moggi e a Prodi). La strada degli intrallazzi porta a «dopare» anche i tifosi, e in questo senso, anche se in limitata misura, non sono del tutto «ignari» e innocenti. Dopare i tifosi sarebbe però la fine dello sport.

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