Il romanzo in pillole a misura di computer: un bigino elettronico

All’inizio fu il fuoco e una buona storia da raccontare. A volte ripetuta chissà per quante generazioni. Poi furono le tavolette d’argilla, il papiro, la pergamena, la carta. Poi furono il torchio la rotativa e l’e-book (con un doveroso forse).
E a ogni giro di valzer tecnologico l’arte di narrare è un po’ cambiata. Le formule rapsodiche dei cantori omerici non erano più così necessarie, una volta inventata la scrittura. Una volta inventata la stampa è diventato invece necessario il best seller, il librone che vende, mentre prima bastava un bel poema, ammiccante al punto giusto, che piacesse al principe.
Ora però, secondo i più avvertiti, c’è una nuova mutazione in atto. Insomma non basta prendere Dostoevskij e pigiarlo in un e-book o in un testo web per stare al passo con i tempi. La tecnologia digitale ha infatti secondo molti già digitalizzato i cervelli umani, li ha cambiati rendendoli meno permeabili alle vecchie forme di narrazione. L’allarme lo ha lanciato dalle pagine dell’Atlantic Monthly Nicholas Carr, un guru americano degli studi sulla Rete. La sua idea è molto semplice: «Internet sta ammazzando la nostra capacità di raccontare». E i giornali anglofoni a partire dal Times gli hanno fatto subito eco propagando la cattiva novella della morte della letteratura.
E in effetti la tesi parte da un dato semplice: in molti, a partire dallo stesso Carr (e parliamo di cervelloni, non di sedicenni in crisi ormonale), si sono accorti che, a causa della velocità della rete, la capacità d’attenzione sta calando. Il romanzo inizia a essere troppo per la nostra materia grigia abituata a pacchetti di dati sempre brevi e concisi. Il saggio anche peggio: preferiamo una microvoce piena di link. Una voce non da ricordare, una voce su cui limitarci a «ricliccare» ogni volta che ne abbiamo bisogno. Ecco perché il Mit di Boston si è addirittura inventato un «Center for Future Storitelling». Frank Moss, direttore del Media lab che ospita il centro, è partito da un presupposto categorico: «La capacità di raccontare storie è ciò che ci rende umani. Ma il modo in cui le raccontiamo o le ascoltiamo dipende dalla nostra tecnologia». E a colpi di lettura da BlackBerry ci sfiora la mente e il cuore solo quello che è cortissimo. Anzi, negli Stati uniti a partire da Twitter, il social network dove tutto ciò che si scrive non può essere più lungo di 140 caratteri, è stato coniato il termine «Twitterature», ossia letteratura Twitter, in pillole. Anzi, c’è già chi ammannisce ai suoi avidi lettori concentrati di Dante a colpi di 140 caratteri. Forse però non c’è da spaventarsi e siamo di fronte solo a un bigino in versione web. Anche perché il panico da «Twitterature» è stato provocato dall’uscita di un libro omonimo, da dicembre nelle librerie americane, che ha il tradizionalissimo formato cartaceo. Semplicemente condensa in pillole i grandi capolavori della letteratura mondiale (noi scherzosamente lo facciamo nella pagina accanto). E poi potremmo anche ricordarci che Félix Fenéon correndo l’anno 1909 scriveva romanzi di «tre righe» e li pubblicava sui giornali per venire incontro alla velocità dei tempi (ma forse più al suo gusto personale). Oppure ci si può spaventare, ma senza pensare che il problema sia esclusivamente tecnico. Almeno questa è l’impressione che si ricava chiacchierando con Giuseppe Genna, forse l’intellettuale che in Italia più si è dedicato a interpretare il rapporto tra letteratura e web. Quello che ha contribuito a dar vita alla Sveltopedia e a Sveltonews, una enciclopedia e un giornale on line dove ogni pezzo e ogni voce non superano i 140 caratteri.
Quando gli chiediamo se moriremo (noi e la letteratura) a 140 caratteri ride: «Lei ha appena usato un gioco linguistico di quelli su cui Twitter prospera. Al di là di questo no, non credo che moriremo a 140 caratteri. Ciò che facciamo in quel formato è infotaiment, una cosa che diverte... È come un’influenza che per un po’ nella Rete sarà egemone, ma non una malattia che possa portare alla tomba». Le questioni secondo Genna sono altre, e non è detto che si possa ricondurle tutte nella gabbia ideologica dentro cui si scontrano i fan del digitale e i suoi detrattori.
«Gli intellettuali si dividono sempre fra integrati e apocalittici e questa divisione avviene, pari pari, nella questione “letteratura e web”. Ma il problema forse non è il mezzo. Il problema siamo noi. Sa che cosa guarda la maggior parte del tempo la gente in televisone? Non guarda niente, fa zapping, guarda il vuoto. Ciò la dice lunga sulla nostra capacità di attenzione e, in questo caso, la Rete non c’entra niente. Ci sono poi casi in cui sulla Rete i contenuti lunghi funzionano. Ci sono siti, come Carmilla, dove gli utenti leggono articoli di dimensioni consistenti, forse più che sul cartaceo».
Ad apparire, invece, apocalittica è la difficoltà della cultura tradizionale a mantenere viva la sua struttura, i suoi filtri: «Quello che sul web muore è il canone. Ci sono siti come lulu.com in cui, ormai, galleggiano migliaia e migliaia di libri digitali: stampabili on demand o leggibili in Rete. Io ho pubblicato, lì facendo quattromila copie e centomila lettori. Ma è ovviamente un mare magnum che scardina i metodi della critica tradizionale... E soprattutto scardina il meccanismo economico che ha sin qui sostenuto la cultura...».
E forse Genna ha davvero ragione. Nessuna moda Twitter sta uccidendo il romanzo. Il romanzo, buono o cattivo, si sta spostando su Internet, ma lì galleggia, senza che la gran parte delle persone sappia che cosa leggere. E senza che gli editori, appesantiti dalla carta, osino importare l’idea del catalogo o del canone in questo nuovo, enorme continente. Manca anche la critica che sul web si rifugia sui siti specializzati, sono pochi quelli che hanno il coraggio di sfruttare mezzi come Facebook o Twitter per comunicare contenuti seri (uno dei pochi che c’ha provato è lo scrittore Igino Domanin trasformando in ventuno pillole da 240 battute un suo articolo uscito su Nuovi argomenti). Senza guida, attorno al fuoco digitale, la tribù è un po’ smarrita.

Si limita a cinguettarsi (twitter significa appunto «cinguettio») a bassa voce quel che può, le manca la lunga strada dei canti degli aborigeni o di Chatwin. Ma senza drammi: qualche «twitterìo» non manca di spirito, a esempio la definizione di Umberto Eco: «Causa di tutti i Dams d’Italia» non sarà un haiku. Però...

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