Rutelli e Veltroni mettono «in scadenza» i Ds

Il diessino: «Serve un’impresa storica ma troveremo problemi del tutto nuovi e non ancora metabolizzati»

Roberto Scafuri

da Roma

Pensare già al dopo-elezioni: per quanto necessario, si tratta pur sempre di una libera (e insidiosa) uscita dal teatro della scaramanzia. Esercizio cui non si sottraggono Francesco Rutelli e Walter Veltroni in un convegno romano, primo tentativo di rilancio di un’idea nata contorta. La mettono giù con toni e accenti diversi, i Dioscuri della romanità moderna, ma la tiepidezza degli argomenti rende meno aspre le dissonanze. Il primo parla del 9 e 10 aprile come «i giorni della liberazione da Berlusconi»; il secondo enuclea, da quella data, bisogni e priorità di un centrosinistra vittorioso. Per entrambi il futuro assume la forma del Partito democratico, per il quale tutti e due vantano una primogenitura. Essendo il termine usato da Veltroni per rompere l’immobilismo del Pci, ma anche da Rutelli, quando marciava sotto le insegne dell’unico vero precursore, Marco Pannella.
Oggi il Partito democratico, usato da Prodi contro lo strapotere di nomenklature postcomuniste e postdemocristiane, è un guscio vuoto che viene presentato alla Camera ma non al Senato. Vuoto è il contenuto ideale, la prospettiva, il significato del progetto, che si richiama esclusivamente all’incontro delle due famiglie storiche che discendono dal Pci e dalla sinistra dc. Tutto dipenderà dal voto e Veltroni e Rutelli lo riconoscono, ma è evidente che Rifondazione e la Rosa nel pugno incarnino «in puro» valori cui l’«incompiuto Ulivo» può soltanto aspirare, non essendo credibile. Una doppia concorrenza, da sinistra e da destra, che fa temere a Veltroni il «rischio di lasciare intorno delle praterie». Il sindaco di Roma riesce a cogliere il senso della crisi: «Le cose di cui parliamo - dice - non arrivano ai ragazzi di 20-25 anni. Bisogna aprire le porte, fare entrare forze, energie, linguaggi ed esperienze nuove, altrimenti il partito rischia di ingrigire, anche culturalmente». E bisognerà «dare l’idea di una forza che fa coesistere la modernità con l’attenzione agli ultimi».
Veltroni è convinto che, oltre ai conti economici del Paese, l’Unione si troverà di fronte «un alfabeto di problemi del tutto nuovi la cui metabolizzazione non so se è ancora avvenuta tra le nostre fila». Sarà allora indispensabile «una grande impresa storica»: unire sul serio, «non come somma ma come grande forza riformista e democratica», una vasto fronte. Una nuova idea di riformismo che sappia «rispondere alla precarizzazione della vita e dell’esistenza, che riguarda la condizione materiale di milioni di esseri umani... Ciò che succede in Francia è testimonianza che bisogna guardare con grande attenzione e non abbiamo molto tempo». Veltroni si preoccupa anche del meccanismo di sistema, per ingabbiare questo grande coacervo di forze (l’80 per cento della coalizione), e naturalmente indica il maggioritario.
Ma entrando un po’ più a fondo di quel che c’è del Partito democratico, nel suo incerto identikit, ci si imbatte in Rutelli. E qui la grande impresa si ritrasforma in facciata vuota: «Un partito di popolo, popolare e non populista, che sappia trasformare le attese in risposte, non post-monoculturale, ma pluralista, laico, intendendo con tale aggettivo il fondamento della convivenza repubblicana» (su questo tema, lamenta, «stiamo facendo concessioni ideologiche tardive»). Un mastodonte al centro dell’agone politico che cerca di rifare il verso al Partito del Popolo d’Italia di Berlusconi, piuttosto che dire qualcosa. Non di sinistra, ma di concreto.

Concreta è solo la solita speranzella che a Rutelli sfugge, quella di intercettare fuggiaschi di ogni sponda: «Se il centrodestra perderà le Politiche, noi non avremo più il centrodestra così come lo intendiamo oggi e questo non va sottovalutato perché è vero che conta chi siamo noi, ma in politica non puoi prescindere anche da chi ti trovi di fronte...». Un rimescolamento, e un campanello d’allarme che non sfugge a Veltroni, quando raccomanda la massima attenzione «a chi ci si metterà in casa». Avvertenza probabilmente tardiva.

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