Sciolta la Knesset, Sharon attacca il Likud

Parte la lotta per la successione tra Netanyahu e Mofaz, che rifiuta di entrare nel nuovo schieramento

Gian Micalessin

Non ha fatto in tempo a chiudersi la porta alle spalle e ha già vinto due battaglie. Ancor prima di annunciare ufficialmente il proprio addio al Likud il premier Ariel Sharon aveva già inferto due duri colpi agli ex compagni di partito. Il primo trascinandosi dietro 14 deputati e superando la soglia necessaria per pretendere la suddivisione dei finanziamenti statali utilizzati dal Likud. Il secondo ottenendo, con una schiacciante maggioranza di 80 voti, l’approvazione della legge per lo scioglimento delle Camere. Così quando, a tarda sera, ha annunciato ufficialmente l’addio al gruppo da lui cofondato nel lontano 1973 e la nascita del partito di Responsabilità Nazionale ha potuto liquidare i suoi ex sodali con una sola secca frase: «Con loro avrei solo perso tempo in scaramucce politiche».
Una stoccata seguita dalla definitiva abiura di un partito diventato a suo dire «insopportabile». «Il Likud – ha detto Sharon - non è più una formazione adeguata agli obbiettivi nazionali». I piani del suo nuovo gruppo definito «liberale» daranno invece «nuove speranze di pace a Israele», ha ribadito il premier durante la conferenza stampa serale in cui ha promesso la chiusura di tutti gli avamposti illegali e altre «rinunce dolorose». Il primo ministro dimissionario è stato ben attento a non venir accusato di progetti unilaterali negando fermamente altri piani di disimpegno simili a quello di Gaza. «C’è la road map», ha detto con il tono di chi s’aggrappa al dogma più condivisibile a livello nazionale e internazionale.
La vittoria più importante Sharon l’ha ottenuta alla Knesset osservando con sufficienza il tentativo dei suoi ex compagni di trovare i 61 voti necessari a respingere la richiesta di scioglimento e a formare una nuova maggioranza. La mossa avrebbe prolungato l’agonia della Knesset e rinviato l’appuntamento elettorale togliendo a Sharon l’abbrivio di popolarità garantitogli dall’addio al Likud.
La data delle elezioni anticipate a questo punto dipende dal presidente Moshe Katsav. Ieri, dopo aver ricevuto in mattinata la richiesta di scioglimento delle Camere dallo stesso premier, il presidente ha chiesto di consultarsi con il procuratore generale dello Stato. Concluse le consultazioni deciderà se sciogliere il Parlamento utilizzando la procedura dell’ordine presidenziale o del decreto legislativo. Nel primo caso le elezioni si dovranno svolgere entro 90 giorni e quindi probabilmente entro l’8 marzo. Nel secondo potranno slittare al 28, come concordato da Likud e Laburisti.
In questo divorzio lucido e spietato Sharon ha pagato un solo pegno. Ha dovuto accettare il “gran rifiuto” di Shaul Mofaz, il ministro della Difesa a cui aveva promesso di mantenere il posto in cambio della fedeltà. Ma l’ambizioso ex capo di Stato maggiore aveva già gli occhi sulla poltrona di pelle marron fuori misura che fino a domenica accoglieva l’imponente stazza del grande capo nel quartier generale del partito. Con gli occhi puntati su quella poltrona e la mente protesa a tesser strategie per azzoppare definitivamente Benjamin Nethanyau, relegare nell’angolo dell’estrema destra Uzi Landau e prevenire le aspirazioni del ministro degli Esteri Sylvan Shalom e degli altri pretendenti, Shaul Mofaz ha sibilato il suo “no” al premier.
Ma in fondo la giornata aveva già offerto a Sharon sufficienti soddisfazioni. Il suo figlioccio, tenuto a battesimo da nomi illustri come quello dell’ex capo dello Shin Bet, Avi Ditcher, da Avershai Braverman, rettore dell’università di Ben Gurion, e dall’ex ministro Dan Meridor, ha rubato al Likud un terzo dei parlamentari. Non ha però ancora conquistato l’agognata adesione dell’82enne Shimon Peres a cui lo stesso Sharon aveva rivolto un chiaro invito alla chiusura del Consiglio dei ministri di domenica. «Ho la sensazione che Peres non sia più interessato alla politica», ha detto ieri sera il premier uscente.


Dopo la diserzione dei 14 “traditori” del Likud, altri transfughi sarebbero in marcia. E i consiglieri di Sharon continuano a promettere che alla fine il Partito di Responsabilità Nazionale sarà il gruppo più numeroso della Knesset.

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