A Sderot sotto i razzi, dove la gente ha esaurito la pazienza e le lacrime

La città muore lentamente: le fabbriche chiudono, molti se ne vanno. E per chi si ferma diventa un vanto resistere

da Sderot
Raziel Sassun, 13 anni, spreme un mandarino dopo l’altro in una brocca, con metodo: pallido e quieto aspetta nel giardino il prossimo allarme. Ha trovato un modo di passare un’altra mattina senza scuola, una delle tante in cui nessuno si prende la responsabilità di tenere i bambini di Sderot chiusi insieme in un’aula su cui piovono razzi. Che finora hanno provocato 10 morti, 433 feriti e migliaia di traumi psicologici. Solo da gennaio sono stati sparati da Gaza su Sderot più di 350 razzi Qassam.
Il primo bum arriva dopo mezz’ora dal nostro ingresso in città: è solo a qualche centinaio di metri. Non si è sentito dagli altoparlanti il consueto avvertimento, “tzeva adom” (colore rosso), che una voce di donna ripete quando si individua il missile che parte. Solo che a volte non vale la pena: troppo breve il tempo che impiega il razzo a percorrere meno di venti chilometri. E i rifugi comunque non abbondano. La gente si affolla intorno al cratere e discute animatamente sul da farsi. «Se avessimo un po’ d’onore - ci dice Esti Bareli - non accetteremmo mai che una città come questa sia trasformata in un inferno. Bisogna fermare, ripulire, agire. Io ho sette figli, e restiamo qui in nome di tutti gli altri israeliani. Perché oggi è Sderot, domani Ashkelon, e poi viene Tel Aviv...». «Esti vieni dentro - grida una donna dalla finestra - il segnale non funziona». E, dopo la caduta del razzo, sembra quasi un film comico la corsa da un punto all’altro, fra le urla della gente, del corteo delle ambulanze, dei pompieri, della polizia, dei genieri, dell’esercito. Non finiscono di occuparsi di un missile caduto, di trasportare i feriti, che ne è già caduto un altro.
Raziel è un ragazzo molto vivace: nell’ultimo dei suoi tredici anni gli sono caduti intorno più o meno 230 missili. Uno ha sfondato il tetto della casa accanto alla sua. «Sono quasi morto cinque volte», vanta il suo record. E descrive le cinque volte senza rendersi conto di stare così descrivendo le tappe della vita di un ragazzo della sua età, ritmate dal fragore delle bombe. I suoi fratelli più piccoli quando c’è l’allarme all’asilo si rifugiano sotto i banchi, non c’è tempo di fare altro. E piangono di paura. Lui non ha mai pianto, dice. La sua mamma esce sul patio: «A Sderot il 28% della popolazione soffre di disordini post traumatici. I bambini sono i più soggetti, Raziel ha tanti guai ed è curato bene. Ma quando sembra migliorare, cade un Qassam e deve ricominciare da capo».
Shlomi Aragon, 37 anni, proprietario di un piccolo caffè, ci fa entrare nel suo cottage, colpito il giorno prima: ora è senza soffitto, senza cucina. Messa su con ambizione, divani e tavoli e quadri alle pareti, ora è semidistrutta. La camera dei bambini è stata centrata da un razzo: tutti i mobili sono andati a pezzi; pende surreale una lampada fatta ad aeroplano. Nir, 4 anni, ha festeggiato il suo compleanno andando a trovare all’ospedale la mamma, Ghiut, ferita alla testa: lei l’ha salvato trascinandolo via dalla stanza qualche secondo prima del bum insieme a un’amichetta che era lì per giocare. La famiglia della bambina dopo l’episodio se n’è andata: si è trasferita in una zona più sicura. «Noi invece non ce ne andremo - dice Shlomi - non daremo questa soddisfazione a nessuno. Che cosa si deve fare? Non lo so. Forse non c’è niente che ci possa veramente aiutare, stiamo affondando in un incubo a cui nessuno trova una soluzione. Al mio caffè non viene quasi più nessuno. Chi va al caffè di questi tempi? La città muore: proprio oggi la fabbrica di materassi Hollandia ha chiuso i battenti dopo essere stata colpita da un razzo».


Israele potrebbe facilmente, anche se con sacrificio di vite umane, occupare le zone da cui vengono lanciati i missili, ma questo comporterebbe perdita di vite umane sia israeliane che palestinesi, costerebbe molta critica internazionale, non porterebbe a nessuna acquisizione effettiva dato che Israele ha già lasciato Gaza, e la lascerebbe di nuovo dopo poco.

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