Il secolo dei Lumi nella Città Eterna tra decori sofisticati e vedute «antiche»

Silvia Castello

«Le 300 opere esposte nella mostra Il Settecento a Roma percorrono questa straordinaria epoca e rivelano le molte anime della città. Il tutto reso evidente ed illustrato in dipinti, sculture, arredi, costumi, libri e disegni, e naturalmente nei reperti archeologici» spiega l’assessore alle Politiche Culturali Gianni Borgna introducendo l’esposizione curata da Anna Lo Bianco e Angela Negro e ospitata a Palazzo Venezia fino al 26 febbraio. La mostra ripercorre un periodo molto vasto - con capolavori provenienti da musei italiani e internazionali ed importanti collezioni private - attraverso una sintesi di alcuni temi del secolo dei Lumi che si articola in due sezioni della vita culturale della città. «Roma città moderna: il primato delle arti e delle idee 1700-1758», che termina con il pontificato di Benedetto XIV, e «Roma cosmopolita crocevia d’Europa: l’antico come modello internazionale 1758-1800», che dal tardo Barocco approda alla modernità. Antico e moderno si intrecciano e convivono nei due dipinti di Pannini giunti dal Metropolitan Museum di New York: «Veduta di Roma antica» e «Veduta di Roma moderna», opere che introducono al magnifico quadro «Apollo e la Fama che incoronano Nicolò Maria Pallavicini» grande protagonista del mondo delle arti, dipinto dal suo protetto Carlo Maratti; è il manifesto di un nascente rinnovamento oltre le esuberanze del Barocco. Tra gli illuminati del «Settecento d’Arcadia» che dall’arte spazia alla letteratura, alla musica e al teatro, vi sono poi papa Albani che trasformerà la sua corte in un autentico Gotha intellettuale e il cardinale Pietro Ottoboni, qui in mostra ritratto agli esordi della sua carriera da Francesco Trevisani. Inizia a diffondersi il gusto francese. Si insedia l’Accademia di Francia: Roma e Parigi incrociano la loro produzione artistica e invadono tutti i campi. Si possono così ammirare anche opere decorative come la sofisticata Culla Pallavicini, o i Cammei Carpegna montati da Valadier. Dal trionfo del collezionismo antiquario «illuminato», come quello qui raffigurato in un disegno di Pier Leone Ghezzi «Congresso degli antiquari», nascerà il primo museo pubblico, il Capitolino, ricco di 408 marmi antichi venduti dal cardinale Alessandro Albani, di cui è in mostra la «Fanciulla con colomba» e altri pezzi provenienti dalla collezione Furietti: il «Fauno» di rosso antico e il «Mosaico con ghirlande».
Nell’arco del Settecento, il clima cosmopolita di Roma si accentua con il Grand Tour; sono esposti Winckelmann, Mengs, Kauffmann, Reynolds, Piranesi, Clérisseau, lo svizzero Füssli, Blanchet, Hackert e altri. Come Hubert Robert, in arrivo dal Louvre con «La loggia di Villa Medici» e «La scala a chiocciola del Palazzo Farnese a Caprarola».

Poi Batoni con il «Ritratto di Abbondio Rezzonico» in abito da senatore sullo sfondo del Campidoglio, il dandy inglese «Conte di Leicester» e il principe Sigismondo Chigi di Mattini. Fino alla svolta del secolo con il marmo di Pacetti «Napoleone che solleva l’Italia» (1807) giunto da Fontainebleau.

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