Sentenze nell’urna

Non c’è proprio nulla da fare. La tentazione è troppo forte e alla fine prende loro la mano. Ci riferiamo, naturalmente, a quell’intimo comune sentire che lega alcune Procure, Milano in testa, alla sinistra cosiddetta postcomunista che non riesce in alcun modo a definirsi socialista. Cosa mai sarà politicamente oggi quella sinistra solo il buon dio lo può sapere, perché in Europa i suoi deputati sono socialisti e in Italia, invece, cambiano nome ogni tre o quattro anni ma mai si definiscono socialisti. E veniamo al comune sentire. Sono più di dieci anni, ormai, che la sinistra italiana tenta di consolidarsi alla guida del Paese con l’aiuto di alcune Procure della Repubblica. Prima di dare per scontata quest’affermazione, vediamo un po’ più da vicino le cose per verificare se, per caso, il nostro non sia un mero pregiudizio contro quelli che per molti decenni hanno tentato di convincere gli italiani che il mondo andava dall’altro lato. Come è noto la Procura di Milano fu quella che travolse il sistema politico italiano agli inizi degli anni Novanta, mettendo sotto processo tutti i partiti di governo e, in un clima giustizialista alimentato in verità anche dalla destra e dalla Lega, trasformò la mancata dichiarazione dei finanziamenti ai partiti in fatti corruttivi e concussivi. Con quelle iniziative gli inquirenti tentarono di convincere il Paese che mentre per alcuni leader politici la campagna elettorale costava fior di quattrini per altri, e in particolare per la sinistra comunista e democristiana, il costo era vicino allo zero. Insomma, di là i cattivi e i disonesti, di qua i buoni e gli onesti. Un tentativo ridicolo che a distanza di dieci anni è stato ormai compreso da tutti gli italiani. E ci fermiamo qui per non riaprire polemiche inutili sapendo che la storia bollerà con il marchio dell’infamia i protagonisti di quella stagione che ha messo in ginocchio l’Italia. A distanza di tredici anni registriamo, però, i seguenti fatti: a) la punta di diamante della Procura di Milano dell’epoca, Antonio Di Pietro, è segretario di un partito alleato della sinistra italiana; b) Gerardo D’Ambrosio, procuratore aggiunto di Milano negli anni ’92-95, sta per essere candidato alla Camera con i Democratici di sinistra, già ex comunisti; c) questi due procuratori, insieme a Francesco Greco, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, mandarono a Berlusconi un avviso di garanzia nel pieno di una riunione internazionale a Napoli nel dicembre del ’94 con l’intento fin troppo scoperto di squalificare dopo pochi mesi di governo quel dilettante che aveva osato battere nelle elezioni di quell’anno la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto (solo per storia, per quell’accusa Berlusconi fu assolto con formula piena); d) quella stessa Procura dal 1994 ad oggi ha intentato processi di ogni tipo e perquisizioni a tappeto nelle società di Mediaset (oltre 400) coinvolgendo collaboratori e figli di Berlusconi. Chi fino al ’94, insomma, era sconosciuto alle cronache giudiziarie pur essendo un noto imprenditore nazionale, dal momento della sua vittoria elettorale è divenuto per la Procura di Milano una sorta di malfattore a trecentosessanta gradi circondato da altri malfattori; e) dulcis in fundo, subito dopo l’inizio della rimonta elettorale registrata da tutti i sondaggisti italiani e stranieri nelle ultime settimane, ecco l’improvvisa chiusura di un’indagine per corruzione nei confronti di Berlusconi, i suoi familiari e i suoi collaboratori. Indovinate: qual è la Procura in questione? Quella di Milano, naturalmente, sempre Milano, eternamente Milano dalle cui file sono usciti uomini politici del calibro di Di Pietro e di D’Ambrosio. Questi i fatti. Aggiungere le nostre opinioni sarebbe fuor di luogo, perché offenderemmo l’intelligenza dei nostri lettori che sanno bene che due più due fa quattro.
Essendo esonerati dal commentare fatti che si commentano da soli, vorremmo invece fare qualche domanda ai leader di quella sinistra italiana che sbagliò molto nella sua lunga vita, ma che aveva pur sempre un suo spessore politico e culturale. Ma davvero quella sinistra oggi non può fare a meno dei procuratori della Repubblica per battere gli avversari politici? E se ne può fare a meno, perché non si è mai indignata per le carcerazioni preventive che hanno inflitto sofferenze inaudite a persone riconosciute poi innocenti (l’elenco sarebbe lungo, ma ricordiamo per tutti Franco Nobili, Clelio Darida, Franco Caltagirone e tantissimi altri in tutta Italia a cui nessuno ha mai chiesto scusa)? E, sempre se ne può fare a meno, perché in questi anni quella sinistra ha accolto nelle sue file politiche tutti quei procuratori della Repubblica che hanno fatto inchieste sugli avversari politici e promosso quelli che hanno chiuso rapidamente indagini sulla sinistra, come l’attuale sindaco di Bari che indagò sulle vicende degli aiuti italiani nel Kosovo? E se ne può fare a meno, infine, perché la sinistra non urla contro una Procura come quella di Milano che a 40 giorni dalle elezioni conclude un’indagine che si trascinava da anni accusando il leader politico della coalizione avversa?
L’amara verità è, dunque, un’altra. Lo smarrimento della propria identità e la negazione della propria storia ha fatto scivolare la sinistra italiana verso una deriva sofisticata nelle modalità ma nella sostanza autoritaria, che tollera la crescita dell’intreccio camorra-politica in Campania, chiude gli occhi davanti a uomini del proprio schieramento rinviati a giudizio per associazione mafiosa e aggredisce Cuffaro, accusato di favoreggiamento e non di associazione mafiosa, dà lezioni di stile e di etica perché Giovanni Consorte si dimette dopo il ritrovamento di 50 milioni di euro in conti cifrati all’estero e plaude agli inquirenti milanesi che, così come nel ’94 a Napoli, accusano di reati societari il presidente del Consiglio in piena campagna elettorale, nel tentativo scoperto di bloccare la sua rimonta elettorale.

Se vince questa sinistra che non riesce più a ritrovare la strada della politica il nostro Paese sarà più libero, più sviluppato e più indipendente o si troverà sul groppone quella cappa oppressiva che si palpava con mano negli anni ’93-94, durante i quali quasi tutti gli italiani parlavano a voce bassa perché avevano la sensazione di essere intercettati? Anche qui i fatti raccontati ci esonerano dal fare commenti, e purtroppo dimostrano che si addensano sull’Italia nubi oppressive che non promettono nulla di buono.

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