Speranza affidata all’errore

La speranza, paradossalmente, è che i numeri della Finanziaria siano in gran parte campati in aria. Se fossero tutti veri, infatti, la crescita economica già debole subirebbe una brusca, ulteriore frenata con tutto quel che ne consegue per la vita delle aziende e delle famiglie. E con una crescita di poco superiore all’1 per cento non si potrà risanare un bel niente. Per antica consuetudine, e fino a prova contraria, noi crediamo sempre ai numeri che fornisce il governo il quale oggi ci dice che le entrate fiscali aumenteranno di 13 miliardi di euro. Con questo aumento del prelievo (1 punto di Pil) il Paese crescerà meno della sua capacità potenziale perché tutti sanno che l’effetto negativo dell’aumento delle tasse è immediato e non è mai compensato da contestuali aumenti degli incentivi allo sviluppo. Nel caso specifico, oltretutto, alle aziende in cambio di una modesta riduzione del cuneo fiscale si tolgono 5 miliardi di denaro a basso costo come è quello del Tfr. Il governo, inoltre, non può non sapere che l’aumento delle tasse non si limita ai 13 miliardi di cui parla. Il taglio dei trasferimenti a Regioni, Province e Comuni per 4,3 miliardi di euro, così come i 3 miliardi sulla sanità, si trasformeranno almeno per la metà (e siamo ottimisti) in un aumento delle tasse locali, dall’Ici ai rifiuti e alle addizionali Irpef. E così i 13 miliardi diventeranno 15 o 16. Ma non è finita. A questi vanno aggiunti gli aumenti dei contributi previdenziali sugli autonomi, sui lavoratori precari e forse finanche su alcune fasce dei dipendenti. Ad occhio e croce siamo intorno a 1 punto e mezzo di Pil.
Un aumento della pressione fiscale di questa portata prima che essere una manovra ingiusta è una scelta stupida. Prodi, Bersani e Visco ricorderanno certamente la loro precedente esperienza di governo del 1996 quando l’aumento della pressione fiscale la fece ancora una volta da padrona. L’Italia per cinque anni crebbe molto meno degli altri Paesi europei, iniziò il ciclo di bassa competitività del sistema produttivo e la riduzione del deficit di bilancio fu possibile solo perché ben 5 punti di Pil su 6 furono risparmiati grazie al calo internazionale dei tassi di interesse terminato il quale il deficit, dalla primavera del ’99, riprese a crescere. Oggi la storia si ripete tale e quale con l’aggravante che i tassi di interesse questa volta sono in salita e non in discesa.
Sul versante della spesa pubblica vi sono, poi, alcune cose poco credibili e qualche volta anche un po’ ridicole. La prima tra queste ultime è il ticket sul pronto soccorso non seguito da ricovero. Da adesso in poi, siatene certi, tutti si ricovereranno in osservazione almeno per alcune ore. La seconda è la riduzione di 3 miliardi di euro sulla spesa per il funzionamento della pubblica amministrazione, già ridotta in questi anni all’osso tanto che, ad esempio, la giustizia e la sicurezza stentano ad andare avanti come denunciato dagli stessi ministri Amato e Mastella. Se la Finanziaria resterà così com’è, dunque, la ripresa economica sarà decisamente più debole e il rapporto deficit-Pil si ridurrà di poco perché ancora una volta si dimentica di intervenire sul denominatore di quel rapporto e cioè sullo sviluppo. Da tempo, invano, spieghiamo che per risanare strutturalmente i conti pubblici c’è bisogno di crescere ogni anno più del 2 per cento perché solo così la spesa potrà essere percentualmente ridotta. Ma parliamo al vento.
Il governo, inoltre, dice che la nuova curva delle aliquote Irpef attiverà un processo di redistribuzione dei redditi. E dice il vero. Quello che dimentica di aggiungere è che le misure proposte redistribuiranno la povertà, non la ricchezza. Su questo dovrebbero riflettere anche i sindacati perché il giusto obiettivo della riduzione delle diseguaglianze sociali può essere ottenuta distribuendo diversamente la ricchezza prodotta e non rendere tutti più eguali nella povertà. Che senso ha, ad esempio, sul terreno economico e sociale togliere a chi guadagna 3mila euro al mese, 50 euro di maggiori tasse e dare a chi ne guadagna 2mila al massimo 10 euro in più al mese? Perché, alla fine, sono questi i numeri, non altri. Una manovra fiscale redistributiva funziona solo se l’economia cresce e con essa la ricchezza prodotta. Diversamente si aiuterà in maniera ridicola i redditi bassi e si complicherà la vita a quelli un po’ più alti.
Noi, infine, siamo sempre convinti che un di più di sviluppo si finanzia solo con la riduzione delle tasse e con forti entrate straordinarie che non incidano sui saldi di bilancio e che immesse nell’economia reale diano quella famosa scossa di cui tanto si è parlato. Il contrario, insomma, di quello che è stato fatto.
Un’ultima considerazione sulla riduzione del deficit.

Quale mente perversa può pensare che il trasferimento all’Inps dei 5 miliardi del Trattamento di fine rapporto sottratti alle aziende (a proposito, chi pagherà la rivalutazione?) non venga dichiarato dall’Europa come un ulteriore debito della pubblica amministrazione? C’è un solo modo per non considerarlo un debito ma un’entrata ed è quello di acquisirli definitivamente al bilancio dell’Inps o dello Stato. Ma questo sarebbe un inquietante esproprio. Osceno sul piano sociale e intollerabile su quello economico.

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