Gabriele Dadati Quanta grazia fra i tormenti di Canova

Gianluca Barbera

Gabriele Dadati è una delle voci più delicate della nostra letteratura. Mai uno strappo, un'alzata di toni. Uno scrittore che crede nella parola detta piano. La sua produzione (da Sorvegliato dai fantasmi, 2006, a Piccolo testamento, 2011) è contrassegnata da un profondo senso dell'altro. Il suo è un modo quasi silenzioso di raccontare. Non che non racconti storie dure. Al contrario: i suoi romanzi e racconti sono della stessa durezza di cui è fatto il mondo. E le parole che usa sono dotate del peso che la letteratura esige. Dentro ogni frase è racchiusa tuttavia una stilla di humanitas. Perché Dadati è un moderno «umanista». E il suo nuovo romanzo, L'ultima notte di Antonio Canova (Baldini+Castoldi, pagg. 256, euro 18) pare dotato della stessa purezza rintracciabile nelle sculture del suo protagonista. Lo stesso rigore formale. E forse un pizzico di leziosità.

Ma ciò che sorprende maggiormente è la grazia compositiva del romanzo. Giunto alla fine dei suoi giorni, Canova rievoca davanti al fratellastro le tappe della propria parabola esistenziale, mosso dal desiderio di sgravarsi la coscienza. Tra le sue colpe, quella legata a un episodio cruciale avvenuto anni prima (nel 1810), mentre si trovava a Fontainebleau, alla corte di Napoleone e della sua giovanissima moglie Maria Luisa, della quale Canova è incaricato di eseguire il ritratto scultoreo. In un crescendo di intrighi, il lettore assisterà alla metamorfosi di una ragazza innocente in «imperatrice nera dell'imperatore nero», dopo essersi macchiata di un orribile crimine. Canova stesso, che Napoleone stima quale il più grande scultore al mondo, finirà per abbandonarsi a una condotta di cui avrà a pentirsi, arso dal desiderio di un figlio che non ha mai avuto. Ecco il tormento del grande scultore: «Non era stato figlio, non aveva generato figli». Un cruccio che lo accomuna all'imperatore francese: entrambi «figli orfani di padre e padri incapaci di generare figli».

Ma mentre il primo, da spietato uomo di potere qual è, troverà una via crudele per appagare il suo desiderio di paternità, regalandosi un successore sul trono imperiale, il secondo, in un'immaginifica scena finale alla Peter Greenaway, vedendosi attorniato dall'immensa folla delle sue opere, troverà la pace. E circondato da tutti i figli e le figlie che ha saputo trarre dalla pietra, e che vivranno per sempre, si scoprirà «padre di bellezza».

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