L'Europa discute di Europa e in Italia? Solo silenzio...

Libri e pamphlet analizzano le differenze fra sovranismo, populismo e conservatorismo

L'Europa discute di Europa e in Italia? Solo silenzio...

L'avvicinarsi delle elezioni europee apre una serie di scenari fino ad oggi inediti a livello politico ma anche culturale e prepolitico sul ruolo degli schieramenti in campo e sul posizionamento delle aree di pensiero nello scacchiere partitico italiano ed europeo.

I due principali blocchi sono da un lato i partiti progressisti, dall'altro le forze identitarie e sovraniste, una contrapposizione che rende le prossime elezioni le più importanti nella storia dell'Unione europea perché decisive per la direzione da intraprendere nei prossimi anni e per la linea politica dell'Ue su temi centrali come l'immigrazione e le politiche economiche in base a chi otterrà la maggioranza.

A pochi mesi dalle consultazioni lo scenario sembra tutt'altro che definito, se a livello nazionale per le forze sovraniste è più facile trovare elementi che fungano da collante, in un contesto sovranazionale rischiano di emergere divergenze determinate dal fatto che la tutela degli interessi di una nazione (elemento cardine del sovranismo) va a discapito di quelli di un altro Stato con cui sarebbe necessario trovare un accordo politico.

Se i leader dei partiti sovranisti sono in trattativa per un accordo (anche sul nome del gruppo in parlamento europeo), in questo contesto dove si collocano gli elettori che si riconoscono in idee ascrivibili al liberalismo classico o al conservatorismo? È necessario anzitutto sottolineare la distinzione che intercorre tra il sovranismo, il populismo e il conservatorismo. Come emerge dal libro di Jan-Werner Muller What is populism?, un pamphlet edito da Penguin utile per comprendere i caratteri del populismo - sebbene in alcuni passaggi poco oggettivo e sbilanciato nella critica al populismo -, utilizzare le espressioni sovranismo e populismo come fossero sinonimi è errato poiché un movimento politico può essere populista ma non sovranista e viceversa.

Tra conservatorismo e sovranismo ci sono invece alcuni punti in comune ma anche importanti divergenze, partiamo dalle analogie: la tutela dell'interesse nazionale e il rispetto della sovranità popolare sono elementi cardine condivisi, così come la difesa della famiglia e dell'identità e la contrarietà alla società multiculturale.

Nel conservatorismo la religione ha una maggiore centralità rispetto al sovranismo e il cristianesimo è considerato un elemento alla base della nostra civiltà, mentre per i sovranisti non rappresenta necessariamente un ambito centrale del pensiero politico.

Analogie e differenze emergono anche nella concezione dello Stato: è condivisa la necessità di uno Stato forte che faccia rispettare regole e leggi con posizioni decise in politica estera, mentre le differenze più marcate emergono dalle politiche economiche con una presenza più invasiva dello Stato per i sovranisti e maggiori aperture al privato da parte dei conservatori. Diverse le posizioni economiche dei populisti che prediligono misure assistenzialiste - perfetta sintesi è il reddito di cittadinanza del Movimento cinque stelle - e un welfare state molto invasivo.

In questi giorni esce il libro National Populism: The Revolt Against Liberal Democracy scritto da Roger Eatwell e Matthew Goodwin, studiosi del fascismo e dell'estrema destra in Europa, in cui si ripercorre l'evoluzione dei partiti nazional-populisti. Filtrando le informazioni nell'ottica di una maggiore obiettività, è una lettura utile per comprendere le tematiche che accomunano tali movimenti politici.

Postulate le principali differenze tra le aree di pensiero prese in esame, la visione dell'Europa di un conservatore è riassunta nel manifesto Un'Europa in cui possiamo credere realizzato con la dichiarazione di Parigi. Si tratta di un documento firmato da alcuni dei più importanti intellettuali conservatori europei tra cui Roger Scruton, Chantal Delsol, Rémi Brague, Robert Spaemann per riscoprire la «civiltà europea» contro «le superstizioni del progresso, il mercato unificato e l'intrattenimento dozzinale» in cui si contrappone la vera Europa a una falsa Europa partendo dal presupposto che «l'Europa è la nostra casa» poiché «l'Europa ci appartiene e noi apparteniamo all'Europa». Per difendere la vera Europa è necessario sottolineare la centralità dello Stato-nazione come segno distintivo senza sostenere un'unione imposta o forzata ma incoraggiando un'unione fondata sulle radici cristiane e classiche che favoriscano un progetto condiviso.

Stiamo assistendo alla perdita della nostra casa minacciata dall'individualismo e dal multiculturalismo in cui cresce una falsa fede e aumenta la tirannia tecnologica, è necessaria un'alternativa dove ripristinare una giusta gerarchia che favorisca il benessere sociale e una cultura morale, in cui riformare l'istruzione e ordinare i mercati verso fini sociali dove il matrimonio e la famiglia sono essenziali senza cadere in slogan banali e semplicistici basati sull'invettiva.

Colpisce l'assenza di italiani tra i promotori dell'iniziativa, nel nostro paese stenta a formarsi una seria cultura conservatrice ma anche sovranista e identitaria, assistiamo al paradosso di partiti con un elevato consenso politico che con ogni probabilità otterranno la maggioranza dei seggi italiani all'europarlamento ma con un substrato e una base culturale e ideologica in formazione e non ancora ben definita.

La frammentazione del mondo culturale che, utilizzando le categorie politiche del Novecento avremmo definito di destra, e che oggi si può identificare in uno spettro che va dal liberalismo tradizionale al sovranismo passando per il conservatorismo e per il pensiero identitario, non aiuta la formazione in Italia di una linea comune da opporre al pensiero ugualitario e progressista che è invece molto più radicato in ambito culturale, dalla scuola ai giornali, dalle case editrici al cinema.

Compito della cultura è sensibilizzare la politica su tematiche trascurate o non sufficientemente valorizzate perché giudicate non importanti ai fini del consenso elettorale, in

realtà la realizzazione di un serio e duraturo progetto politico passa proprio da una battaglia culturale che metta al centro le istanze promosse dalla dichiarazione di Parigi e ne faccia il fulcro di un progetto politico.

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