Eurodramma: Eriksen salvato per miracolo

Non stava correndo. Trascinava le gambe, lo sguardo già smarrito, barcollando poi si è come sgonfiato, di colpo, cadendo come corpo morto cade.

Eurodramma: Eriksen salvato per miracolo

Non stava correndo. Trascinava le gambe, lo sguardo già smarrito, barcollando poi si è come sgonfiato, di colpo, cadendo come corpo morto cade. E attorno, prima la sorpresa, quindi lo sconcerto, l'arbitro e i compagni e gli avversari attorno a quell'uomo che non dava più un segnale degli occhi, un fremito delle mani, i piedi erano di marmo, fermi. Immobili. Secondi atroci, c'era una donna, bionda, indossava la maglia della nazionale danese, sulla schiena il cognome Eriksen. Era Sabrina, stringeva le mani e piangeva, Christian, suo marito, stava, esanime, dalla parte opposta del campo, disteso sul prato. E nessuno sapeva, nessuno capiva, nessuno parlava. Come può un atleta, sano, controllato, a livello medico, di giorno e di notte, con cento presenze in nazionale e meno di mille nel football da sempre, come può, allora, essere colpito al cuore, come da un fulmine? Le immagini dei compagni, straziati, strazianti, increduli erano, sono, saranno una memoria forte. Il cielo si è fatto buio, non c'era speranza, quel telo che copriva la barella, lo scudo formato dai suoi amici di squadra, il silenzio agghiacciante del pubblico al Parken, fotogrammi che non concedevano luce. Non restava che l'attesa. Il campo si è svuotato, arbitro e calciatori sono rientrati, in processione lenta, negli spogliatoi, l'Uefa ha prontamente informato, secondo abitudini storiche (Heysel, 11 settembre, covid) che il programma delle altre partite in serata non avrebbe subito cambiamenti e cancellazioni. Sarebbe stato strano il contrario, i denari delle tivvù innanzitutto. Poi, come un vento fresco a cacciare via le nubi, il temporale, la grandine nera, dall'ospedale di Copenhagen sono arrivate le prime voci, Christian è sveglio, Christian reagisce, Christian può farcela, sta scritto anche sul tabellone dello stadio, i tifosi, loro, danesi e finlandesi assieme, non avevano abbandonato il teatro, volevano sapere, conoscere la verità. L'Uefa, sollecitata dai calciatori, dicono spinti dallo stesso Eriksen, almeno questa la spiegazione, ha pensato di far riprendere il gioco, la gente aveva recuperato il sorriso, tornavano a sventolare le bandiere. Come se nulla fosse accaduto, come se quel minuto quarantatré di un pomeriggio di giugno, non fosse mai arrivato e forse si è trattato di un incubo, di un sogno cattivo.

Non è stato così, non può essere stato un malore a interrompere la festa. Si gioca comunque e sempre, per esorcizzare la paura, per scappare dalla tragedia. Dicono che questa sia la forza dello sport. Ma è anche la sua sconfitta.

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