La strada maestra per le riforme

Alessandro Corneli

La sinistra, con qualche eccezione, aveva affermato, prima del voto, che il successo del «no» al referendum avrebbe aperto la strada al dialogo per una riforma largamente condivisa. Il «no» ha vinto e Prodi, Rutelli e altri hanno dichiarato di volere aprire questo dialogo, che esponenti della sinistra più estrema non hanno intenzione di accelerare, preferendo una «pausa di riflessione». Anche dal centrodestra, sconfitto, è stata ribadita la volontà di dialogo, ma non sarà facile avviarlo anche perché le difficoltà potranno venire, anzitutto, da questioni preliminari. Vediamole le più probabili.
1) Riforma dell’art. 138. Molti esponenti della sinistra hanno sostenuto che è necessario modificare l'art. 138 della Costituzione per impedire che, in futuro, le riforme possano essere approvate a maggioranza assoluta, cioè da una sola parte politica, come è avvenuto nel 2001 e nel 2005. Si può fare, ma pretendere sempre e comunque una maggioranza qualificata, ad esempio dei due terzi, dovrebbe comportare l'eliminazione del referendum confermativo, tanto più che esso è senza quorum.
2) Legge elettorale. Piero Fassino, con altri, ha proposto un’intesa bipartisan per modificare al più presto la legge elettorale. Sì, ma come? Maggioritario assoluto, cioè uninominale secco a un turno. Oppure proporzionale integrale, con modesti sbarramenti, senza premio di maggioranza e con la reintroduzione del voto di preferenza. Oppure un proporzionale alla tedesca con alti sbarramenti per ridurre il numero e il peso dei partiti minori. Tutti i sistemi elettorali sono più o meno buoni, ma il vero punto è che un sistema elettorale dovrebbe essere omogeneo con l’intera impalcatura istituzionale per cui diventa difficile trovare un accordo su un modello elettorale senza un preliminare accordo sulla riforma costituzionale (federalismo, fine del bicameralismo perfetto, rafforzamento dell’esecutivo, potere di scioglimento).
3) Sede della riforma. Un problema non secondario è quello di decidere in quale sede formulare le proposte di riforma della Costituzione, poiché comunque spetterà al parlamento approvarle con l’attuale art. 138 o con un 138 modificato. Non mancano le proposte: a parte l'ipotesi di un’assemblea costituente e quella di un comitato bipartisan referente, si fa largo l'idea di una convenzione, sul modello di quella europea, in cui sarebbero presenti delegati dei due poli, ma anche esperti (costituzionalisti di fama) e rappresentanti della società civile (magari delegati dei sindacati e degli imprenditori). Questa idea è stata avanzata da Giuliano Amato, ma non sembra convenire alla Casa delle Libertà, in quanto la sua rappresentanza risulterebbe molto dirotta.
4) Riforma del Titolo V. Ecco allora affacciarsi l’idea di una strada praticabile, che potrebbe verificare la reale disposizione dei due poli a dialogare. Poiché anche la sinistra ha ammesso l’errore, non solo formale ma anche nei contenuti, della riforma del Titolo V della Costituzione che da sola approvò nel 2001 e poiché questa riforma è in vigore da quasi cinque anni in quanto la vittoria del «no» non l’ha toccata, questo potrebbe essere il terreno di un primo e concreto incontro tra maggioranza e opposizione.
Il pericolo, infatti, è che la dichiarazione della sinistra di essere pronta a discutere l’intera riforma costituzionale (Fassino ha detto di volere un «federalismo serio») nasconda l’intenzione di non fare nulla e trovare buoni argomenti per farne ricadere la responsabilità sul centrodestra.

Anche perché la sinistra ha l’abitudine di fare proposte ultimative (vedi elezione del Capo dello Stato). Per cacciare questo cattivo pensiero, una cosa si può fare subito, con vantaggi concreti: la riforma del Titolo V.

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