TENEKE Alla Scala i tamburi battono un suono nuovo

In prima assoluta debutta sabato l’opera di Fabio Vacchi dal celebre romanzo di Kemal

Corre Fabio, rimbalza eccitato, da uno studio di fonologia alla Scala. Dove, con tanto di Arnaldo Pomodoro scenografo/costumista e Ermanno Olmi regista, sta montando Teneke. Opera che il «suo» Franco Marcoaldi ha ricavato dall'omonimo romanzo di Yasàr Kemal, celebre scrittore turco di ascendenza curda. È una commissione della Scala in prima assoluta. Fabio Vacchi, un contemporaneo immerso nell'oggi ma legato a tutto quanto fa musica. La sua «alterità» culturale corrisponde all'ansia di conoscenza che lo ha sempre spinto verso culture e tempi diversi. Una ricchezza cui attingere in punta di penna, senza citare, senza includere, senza esibire. Solo stilizzando. Semmai è proprio qui, nella turco-curda Teneke, che appare più dichiarato il mix colto-folk. «La mia musica, che non avrebbe mai seguito né la codificazione dodecafonica, né la moda è una musica espressiva, colorata e desiderosa di comunicare». In Teneke la propensione al sociale di Vacchi diventa accusa contro la miseria e la corruzione. Kemal ambienta l'azione, la lotta contadina contro i coltivatori di riso, in un misero distretto dell'Anatolia turca. E quella povertà e quella corruzione sono la povertà e la corruzione del mondo. Fame, sete, malattia, zanzare sono il regalo fatto agli indifesi dallo strapotere di pochi. «Ovunque, anche nel nostro paese». Tuttavia il musicista, che pure non ha strascurato 11 settembre, Afghanistan o Irak, è lo stesso che ha appena scritto per il Macbeth delle marionette Colla. Ed è lo stesso delle celebri colonne sonore di Invasioni Barbariche (Olmi), Centochiodi, Gabrielle (Chéreau) e del balletto Dionysos. Quale genere predilige? Dalla cameristica alle marionette per lui ogni cosa è impegno, riscatto, rifugio. Teneke è la sua settima opera. Quanto a sinfonici e direttori non si possono ignorare le cento repliche di «Dai Calanchi di Sabbiuno» messi in mano a Claudio Abbado e Luciano Berio, né «Diario dello Sdegno» scritto per Muti e la Filarmonica Scala.
Teneke, «tamburi di latta», è un affresco epico. Vero protagonista degli accadimenti del distretto il cui Kaymakam è il giovane Fikret, Irmaklï è il popolo. Che offre il pretesto per un'opera corale con coro-personaggio di grande valenza espressiva. Olmi lo muove da par suo. Fikret ha una fidanzata turca che studia in Europa. E il ribelle del libretto è un contadino curdo. Tuttavia questione curda e rapporto Turchia-Europa sono temi appena allusi. Anche il Beethoven (l'Inno alla Gioia) che il Kaymakam fischietta nel romanzo è risolto in tre note di citazione.
Perché Kemal?
«Per la struttura drammaturgica e la tinta epica del racconto»
Il nucleo forte di Teneke?
«La legge deve essere uguale per tutti»
La salvezza?
«La bellezza, la musica»
Già, ma per per i comuni mortali?
«La goccia nell'oceano che ciascuno ha il dovere di versare».
Arnaldo Pomodoro?
«Magnifico. Ha realizzato un'enorme scultura-scena fissa di terra. Nell'opera tutto è terra e fango, anche i costumi.

È la melma dei villaggi allagati dal sopruso»
Teneke è narrativo?
«Sempre in bilico».
In tanta terragnità monocroma la musica di colore è?
«Rossa e fremente».
Sul podio Roberto Abbado, un direttore attento, colto, misurato.

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