Trent'anni senza Callas

Il mondo ricorda sempre la sua voce imprevedibile. Parlando di sé disse: "Mi butto come una belva". Il soprano è ancora inimitabile: sul palco le bastava cantare una sillaba per nobilitare un'intera opera

Trent'anni senza Callas
Trent'anni: chi mai dopo trent'anni dalla vita potrà venire ricordato così da tutto il mondo e così da vicino? Maria Callas morì a Parigi il 16 settembre 1977. Come allora non siamo ancora capaci di dirle addio.

Perché era grande La Callas era grande perché era grande, non si può spiegare molto di più. Si possono elencare le sue virtù straordinarie: la consistenza della voce, penetrante, imprevedibile, misteriosa; l'orgogliosa bellezza della figura scenica; la potenza della parola. Virtù analizzate e studiate ed imitate. Ma come si spiega la febbrile attesa che entrasse in scena, come la forza di buttarsi al di là di se stessa, come il potere di comunicare l'intensità del suo personaggio tanto nei momenti spericolati come persino in quelle mezze frasi che alla lettura dello spartito di solito nemmeno si notano e con le altre interpreti passano quasi sempre inosservate? Nella Sonnambula alla Scala può avere ancora un brivido ricordando quando, nella cabaletta finale di Luchino Visconti regista, si accendevano le mezze luci in sala e liberava le folli note sovracute ad una ad una come un contagio di felicità. Ma chi ascolta La Traviata ripresa dal vivo, anche in disco si può fare un'idea di come viveva e trasmetteva il personaggio anche solo in un «Ah...». Violetta è nella trepidazione dell'amore che vorrebbe rifiutare, sola, ed improvvisa le arriva da lontano la voce di Alfredo, l'uomo che l'ha gettata in quello stato; lei mormora semplicemente una sillaba: «Ah». E tutto il mondo le passa dentro.

Perché fu rivoluzionaria La Callas impostò su una voce di spessore arcano e di colore scuro, tipica solo dei soprani o dei mezzosoprani votati alle impetuose parti drammatiche, le agilità spericolate e lievi tipiche del soprano leggero; e con questo ritrovò il tipo delle interpreti vocali delle opere di Rossini, di Donizetti, fino a Verdi. Ebbe certo maestri che la guidarono, da Elvira de Hidalgo per la voce a Tullio Serafin per l'interpretazione. Ma credo che trovò se stessa soprattutto da sola. E mentre i sopranini capaci di giocare con le fioriture acute della parte di Lucia di Lammermoor bamboleggiavano nella follia che coglie la tragica protagonista, lei pronunciava le semplici frasi nel registro grave: «Alfin son tua, alfin sei mio» mettendo in gioco la sua vita e la nostra.

Perché fu combattuta Aveva una voce multiforme, perentoria, lucentezze metalliche, echi segreti. Era greca, nel Dna aveva la potenza della memoria di quel teatro antico di grandezza smisurata. Non le importava altro che la verità di quello che stava interpretando. La gente si aspettava le rotondità pastose del modello in auge, e da qui partì la lotta dei sostenitori di Renata Tebaldi, dalla voce calda e magnificente, su cui fondava la sua espressività. La scena del sonnambulismo nel Macbeth, aspra e tragica come voleva Verdi, alla Scala ebbe qualche fischio grottesco. D'altra parte alla Scala fece scandalo il fatto che, nella Traviata, rimasta sola dopo la festa, Violetta Callas si togliesse le scarpe. Alla Scala! Qualche secolo prima, era successo per i piedi nudi sporchi dei poveracci inginocchiati davanti alla Sacra Famiglia in una tela del Caravaggio... piedi sporchi in chiesa! Rapidamente, poi, la storia fa giustizia. I nemici le tirarono anche un mazzo di ravanelli, mentre in proscenio gli altri le gettavano fiori. «Maria, non raccoglierli!», le gridava Visconti, che stava in buca. Perché Visconti stava a tutte le recite e perché Maria era miopissima, tanto che per memorizzare bene il gesto del direttore andava anche alle prove d'orchestra sola e s'abituava persino ad ascoltare il respiro dei professori d'orchestra, per avere punti in più di riferimento.

La tigre Amava molto gli applausi. Giuseppe Di Stefano, il famoso tenore, raccontava che una volta, nella Tosca, dopo essere apparsi insieme alla ribalta più volte dopo un atto, gli disse: «Sono stanca, basta, andiamo in camerino». Ci andò. Ad un tratto udì un boato: Maria di soppiatto era tornata dal pubblico, sola. Però non era scorretta con i colleghi, ma una buona compagna.

Era lei stessa, lo volesse o meno, ad alimentare il suo mito di Callas La Tigre. «Mi buttavo come una belva», diceva, ma di sé come Medea; scacciava a volte i giornalisti, ma di quanta invadenza era bersaglio. Soprattutto quand'erano più ingolositi della sua vita privata.

La vita Vita bruciante: l'infanzia in America ed in Grecia, dolorosa e misera, la vocazione al canto trionfante, la fatica di venire accettata in Italia e nel mondo, la dimensione quieta familiare accanto ad un marito veronese bonario e manager, la tensione di trovare l'amore con un leggendario greco, un armatore barbaro e mondano, la ricerca desolata d'apparire dominatrice anche nei finti miti della vita da rotocalco, la solitudine. L'incontrai quando aveva già lasciato il palcoscenico. L'ultima volta fu al suo tavolo di regia, quando mise in scena per il Regio di Torino ricostruito I Vespri Siciliani. «Si apre un futuro nuovo?» chiesi. Mi mormorò, con l'ombra del vecchio accento veronese: «Cosa vuol che le dica, vecchia o nuova sono sempre la vostra Maria». Guardava avanti come lontanissimo. Mi tornò d'improvviso l'eroina dei Puritani che vede il suo amore fuggire su un cavallo bianco: il timbro altero ed angoscioso di poche sue parole sussurrate. Lo sguardo miope si nascondeva come se volesse aiuto senza cercarlo.
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