Unione, il programma è pieno solo di «no»

La revisione del Concordato voluta da Sdi e Radicali fa venire la pelle d’oca alla Margherita e trova freddi anche i Ds, che dicono a chiare lettere: «Così si perde»

Luca Telese

da Roma

Massimo D’Alema, che quando è animato dal suo humour più caustico sa essere dialetticamente impareggiabile, interrogato da Massimo Giannini su La Repubblica, a proposito dell’attuale assenza di un programma dell’Ulivo, concordato e sottoscritto dagli alleati, si è smarcato con una battuta deliziosa: «Il programma è quella cosa di cui quando non c’è tutti lamentano l’assenza.... ma che poi, quando viene fuori, nessuno va a leggere».
Non c’è dubbio, sarà anche così. Certo è che il testo ancora non c’è, e mai come in questa legislatura mettere insieme l’agenda fondamentale della coalizione è stato un compito tanto difficile. L’argomento, come si sa, è delicatissimo: nel 1996 - tanto per fare un esempio - la rottura più grossa tra l’anima moderata e quella più radicale dell’alleanza di governo, si ebbe su un tema - le leggendarie 35 ore lavorative - che non erano presenti nel testo sottoscritto alla vigilia del voto. Così da allora nessun partito è disposto ad accettare un programma che non contenga le proprie priorità identitarie. Ed è anche per questo che oggi, in vista delle elezioni, per Romano Prodi - a cui spetta la rogna di comporre il conflitto - si aprono non pochi problemi, di metodo e di merito. Il primo? Il metodo con cui elaborare e vagliare il testo, per esempio. Da mesi Fausto Bertinotti sogna delle primarie che siano «sul programma» e in una recente occasione persino il candidato premier ha ventilato l’ipotesi di un voto plebiscitario. Ma su che? Il problema è tutto qui, visto che stando al dibattito di questi giorni i no e i veti alle leggi approvate sembrano prevalere sui punti di convergenza su quelle da fare.
Il rifiuto del Concordato. L’ultimo e più clamoroso dei temi è quello sollevato dal leader dello Sdi Enrico Boselli, secondo cui una delle priorità della sinistra al governo dovrebbe essere una immediata revisione del Concordato fra Stato e Chiesa. Un’idea che ovviamente piace agli alleati radicali di Marco Capezzone (gli unici che continuano a festeggiare con ammirevole regolarità la breccia di Porta Pia!) e che ovviamente fa venire la pelle d’oca alla Margherita. Persino i Ds (molto attenti, con Fassino, agli umori della Santa Sede) nel giorno della sortita boselliana sono insorti in Transatlantico: «Ma così si perde!». Altro tema caldo? La fecondazione assistita, su cui si potrebbe abrogare gli articoli sottoposti al referendum.
La questione ambientale. Che dire poi del Ponte sullo Stretto di Messina? Non è stata ancora posata la pietra del più tormentato progetto architettonico della nostra storia, che già Alfonso Pecoraro Scanio ha annunciato: «Appena i Verdi tornano al governo quel progetto finisce nel secchio: è una delle opere più inutili e dannose mai progettate». E che dire della Tav? La settimana scorsa il centrosinistra si è diviso sul progetto della Torino-Lione, con sindaci delle aree interessate, parroci e disobbedienti in prima linea per bloccare il cantiere, mentre la Cgil con Guglielmo Epifani lo voleva, e la presidente diessina Mercedes Bresso assicurava: «Si farà». Pecoraro chiedeva un pubblico duello con il ministro Pietro Lunardi, e anche su altre grandi opere c’è attrito. In Sicilia, per esempio, anche i Ds con Claudio Fava e Anna Finocchiaro in testa, si oppongono al progetto dell’aeroporto internazionale regionale.
Di Pietro e la giustizia. Tonino Di Pietro, dal canto suo, punta tutte le sue carte sul pacchetto giustizia, e annuncia che «quando l’Ulivo andrà al governo, dovremo rispondere a quelle migliaia di cittadini onesti che chiedono di cancellare le leggi ad personam votate dalla maggioranza di Silvio Berlusconi». Pollice verso, dunque, per la legge sul falso in bilancio.
Cancellare la Moratti. Ovvio che poi per la coalizione si apre un problema grosso come una casa, un che fare? enorme, sulle leggi strutturali approvate dal centrodestra. Rifondazione, Pdci e Ds vorrebbero subito abrogare la riforma della scuola voluta dal ministro Letizia Moratti.
Legge Biagi e tasse. E lo stesso trattamento dovrebbe essere riservato - Fausto Bertinotti lo considera il primo punto della sua agenda - alla legge Biagi sulla riforma del mercato del lavoro, «un testo - osserva il leader - che sostanzialmente legalizza lo sfruttamento del precariato». Prodi, dal canto suo, vorrebbe reintrodurre le tasse cancellate dal centrodestra.
Devoluzione & legge elettorale. Discorso analogo a quello sulla legge Biagi per la devoluzione (che è ancora in attesa di approvazione definitiva) e per la riforma elettorale proporzionale, appena votata, ma bollata come «legge-truffa» da Massimo D’Alema, Francesco Rutelli e Romano Prodi ma invece esplicitamente apprezzata da Clemente Mastella, e gradita, malgrado i proclami, da Rifondazione.
Unanimi contro la Gasparri. Tutti uniti, invece, dall’idea che la legge Gasparri rappresenti un liberticidio, e non una regolamentazione del mercato.

Romano Prodi ha in mente di privatizzare la Rai, D’Alema ha confidato a Bruno Vespa per il suo Vincitori e vinti che vorrebbe sottrarre un canale sia a viale Mazzini che a Mediaset. Così - emenda da un lato, cancella dall’altro - l’Unione ha messo insieme una splendida lista di cose da cancellare. Ma non ha ancora trovato un accordo su quelle da fare.

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