La vera cultura è quella liberata dalla politica e dalle élite di potere

La vera cultura è quella liberata dalla politica e dalle élite di potere

di Sandro Bondi*
Le pagine culturali del Giornale di giovedì scorso mi hanno particolarmente coinvolto sia per l’articolo di Carlo Sgorlon, che col suo ultimo libro, La penna d’oro (Morganti Editori), di carattere autobiografico, sta creando nella stampa italiana un caso letterario, sia per l’intervista di Marta Allevato all’artista Rino Carrara che mi coinvolge direttamente come ministro dei Beni e delle Attività culturali.
Nel libro Sgorlon racconta la sua cinquantennale carriera di scrittore solitario, appartato, conservatore e anticonformista e sul Giornale ribadisce: «Ecco chi ha coperto di silenzio tutta la mia opera letteraria». Tra le cause che hanno contribuito a creargli attorno «un alone di solitudine e di silenzio», sostiene lo scrittore friulano, «ha contribuito grandemente pure il fatto che la cultura italiana è egemonizzata, in modi piuttosto evidenti, da intellettuali legati a ideologie progressiste». La sua «estraneità allo storicismo e umanesimo socialisteggianti», la sua vena sacrale, la sua tendenza alla metafisica, «l’avversione a ogni atteggiamento partigiano, alle avanguardie, alle sedicenti rivoluzioni» sono considerati «come difetti». Scrive Sgorlon: «Giornali o settimanali come Repubblica, L’Espresso, il manifesto, e altri di simile area culturale, non mi hanno mai o quasi mai nominato. Molti intellettuali di estrema sinistra ritengono che non esista una cultura alternativa alla loro. Se ne scorgono i sintomi, ritengono che sia una cultura da sciamani. La televisione di Stato mi ha nominato alcune volte solo in occasione del mio successo in grandi premi letterari. L’ultima volta, nel 1985, in occasione dello Strega. Poi qualche anno fa, il giorno in cui le Brigate rosse assassinarono il professor D’Antona, per dire che nella lista dei personaggi da eliminare c’ero anch’io».
Sempre nell’articolo Sgorlon annota: «Mi sembra giusto ricordare anche il fatto che molti scrittori friulani, giuliani e veneti non hanno, che io sappia, mai citato neppure il mio nome, pur avendo io scritto anche più volte su di loro, perché loro estimatore, ed amico. Tra costoro ci sono Tomizza, Magris, Rigoni Stern, Parise, Camon, Zanzotto».
L’articolo di Sgorlon da un lato coinvolge sul piano emotivo, dall’altro non crea stupore più di tanto. La miopia del mondo dell’editoria e di quello della critica (che troppo spesso si accecano vicendevolmente) non ha limite. Non basta che la grande qualità letteraria di un’opera sia riconoscibile, se la voce dell’autore è fuori dal coro: le difficoltà nella pubblicazione sono enormi o rese impossibili. Come accadde, tanto per fare alcuni esempi, al romanzo di Tomasi di Lampedusa. Un’autrice come Elena Bono è definita da alcuni «la più grande scrittrice italiana del dopoguerra», ma sono in pochi a saperlo. L’opera di Giancarlo Buzzi che presenta, nel panorama letterario dei nostri giorni, eccezionali tratti di innovatività, è quasi del tutto sconosciuta. Il libro Necropolis dello sloveno Boris Pahor, pubblicato per la prima volta nel ’67, ha impiegato quarantun anni per arrivare in Italia. Pahor ha dovuto aspettare la consacrazione internazionale e la Legion d’onore francese per superare il confine invisibile. Dichiara lo scrittore: «Già nel ’69 un amico, il professor Ezio Martin, di Pinerolo, approntò una traduzione di Necropolis. La mostrammo a Claudio Magris, che mi disse di averne parlato con l’Einaudi. Ma non accadde nulla. Tentai con sei o sette editori. La Feltrinelli mi rimandò il plico senza neanche averlo aperto. Scrissi a Primo Levi, ma non rispose».
Sempre nel Giornale dell’8 gennaio Marta Allevato scrive l’intervista a Rino Carrara dal titolo «Briscola, barbera e sregolatezza. Vi racconto i geni del Giamaica». Carrara, nato a Bergamo nel 1921, nel dopoguerra ha partecipato intensamente alla vita artistica milanese, legato in stretti vincoli di amicizia con Birolli, Fontana, Castellani, Dangelo, Manzoni, Uliano Lucas. «Ma a differenza loro non è entrato nell’Empireo dei mostri sacri del ’900. È rimasto fuori dalla nomenklatura dell’arte. \ Fuori da ogni classificazione politica. Rifiuta l’affiliazione al Partito, come lasciapassare ai favori della critica. Fugge l’esposizione mediatica». «Chi non va in tv - dichiara l’artista - non esiste e infatti io non esisto. Ma continuo a lavorare, ho contratti con gallerie e i critici mi conoscono. Stessa cosa per la politica: dopo l’anatema di Togliatti contro l’arte astratta, ci siamo ribellati a lui e al suo Guttuso, ma poi in molti hanno iniziato a frequentare il Partito per convenienza, per avere accesso ai circoli che contavano, essere invitati alle mostre giuste...».
Per l’artista bergamasco anche oggi non è cambiato nulla. «Alla Biennale di Venezia, allora come oggi, nessuno entra se non gradito dalla sinistra. Io sono sessant’anni che lavoro con riconoscimenti anche all’estero, ma alla Biennale non sono mai stato invitato. Ma non ho mai cercato la protezione di questi “baroni dell’arte”, come Francesco Bonami. Lui rappresenta il prototipo di curatore-mercante interessato e non più l’intellettuale all’Argan». E con la destra al governo non cambierà nulla. «Non è una questione di colore politico. Le uscite del ministro dei Beni culturali Bondi che dice di non capire l’arte contemporanea non mi fanno ben sperare. Anche a Roma - che è il centro dove di fatto si fa arte in Italia - nonostante la nuova amministrazione, il settore è ancora nelle mani della sinistra. E se a loro non piaci non entri. Ai giovani che oggi vogliono fare gli artisti mi sento di dire: puntate tutto su voi stessi, non cercate scorciatoie».
Con questi due articoli si evidenzia, con la forza del vissuto artistico, l’egemonia che c’è stata nella cultura italiana e che, per certi versi, ancora rimane e che io intendo combattere. Che ci sia stata l’egemonia, soprattutto nelle case editrici, è evidente: si vadano a vedere i libri di filosofia, di storia, di letteratura che sono stati pubblicati in questi anni. Per quanto riguarda l’arte contemporanea, desidero rassicurare il maestro Carrara. Le mie osservazioni non riguardavano l’arte contemporanea in generale, ma un certo tipo di arte contemporanea che rompe con la storia dell’arte e con il pubblico. Per questa ragione ho scelto due giovani curatori del prossimo padiglione dell’arte italiana della Biennale di Venezia, Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice, che avranno la possibilità per la prima volta di lavorare in assoluta libertà rispetto alle appartenenze irreggimentate e ad una certa concezione dell’arte contemporanea.
Se c’è una cosa di cui abbiamo bisogno in Italia, è la cultura liberale. La mia esperienza mi induce a sostenere una cultura libera dai vincoli della politica e dal condizionamento dello Stato, una cultura che fa della libertà la sua cifra più autentica. Anche la mia recente scelta di nominare un manager per progettare un grande piano di riorganizzazione e internazionalizzazione dei musei italiani nasce dalla convinzione che sia imprescindibile un’alleanza fra arte ed economia, fra conservazione, tutela e valorizzazione.
Troppe volte nel Novecento, la cultura è stata intesa solo come uno strumento di consenso o di propaganda, piegata alle esigenze dell’ideologia, spesso agita e fruita da una ristretta élite di potere. Continuo a credere che una seria politica culturale non possa essere né di destra, né di sinistra, non solo perché questi termini nell’epoca in cui viviamo hanno perso gran parte del loro significato, ma soprattutto perché la vera cultura trascende il contingente della collocazione politica. Il compito del ministero dei Beni e delle Attività culturali di custodire quanto ci è stato tramandato, non deve limitare la nostra possibilità di contemporanei di lasciare segni del nostro passaggio.

In questo senso, una seria politica culturale deve incoraggiare, sostenere, aiutare anche le opere degli artisti di oggi che, vivificando la tradizione, ci aiutano a comprendere meglio il mondo odierno.
*ministro dei Beni
e delle Attività culturali

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