«Voi italiani siete il popolo più generoso»

«Ah, les italiens. Che popolo, che generosità». Bastano poche battute, l’energia della voce, e ti accorgi perché Dominique Lapierre è riuscito a raccontare la storia degli ultimi, compresi i dimenticati delle bidonville di Calcutta, e lanciare comunque un messaggio di fiducia: la speranza e l’ottimismo sono «le grandi pulsioni che possono cambiare il mondo». Una carica umana quella dello scrittore francese che irrompe anche attraverso un filo del telefono, mentre ti racconta dalla sua casa di Neully-sur-Seine, alle porte di Parigi, «dell’ammirazione e della riconoscenza» che ha per gli italiani. «Nei medici, nelle infermiere e negli insegnanti italiani incontrati in giro per il mondo ho trovato le persone più solidali e più generose. Per non parlare dell’aiuto che arriva dall’Italia all’associazione umanitaria “La città della gioia”. Un Paese dal grande cuore, un Paese straordinario. Non so spiegare l’ammirazione e la riconoscenza che ho per il vostro popolo». E intanto, dall’altro capo del telefono, si sente una campanella. «È il suono degli uomini senza voce. Sono fiero di aver potuto dare spazio a chi voce non aveva», dice, spiegando che quella è la campanella dei risciò indiani.
Lei racconta sempre di eroi dal grande animo. Conosciuti o sconosciuti. Perché?
«Non riuscirei mai a scrivere un libro su Saddam Hussein. Sono gli uomini dalle grandi pulsioni che possono cambiare il mondo. Persone come la dottoressa bianca Helen Lieberman, eroina del mio ultimo libro, Un arcobaleno nella notte, che ha osato sfidare il razzismo dell’apartheid nel Sudafrica per aiutare gli altri».
La generosità è la dote dei grandi? Anche dei grandi popoli?
«Sì, certo. Pensate a Madre Teresa di Calcutta, che ha dato la sua vita per gli altri. Pensate anche a Nelson Mandela, un uomo che è riuscito a evitare un bagno di sangue, che si è rivolto ai nemici che lo hanno tenuto in carcere per 27 anni ed è riuscito a creare una nazione arcobaleno dopo secoli di odio».
La speranza è un tema che ricorre nelle sue opere.
«È il motore del mondo. Senza saremmo persi. È il potere di credere nella capacità degli uomini a essere più grandi delle avversità».
I diritti d’autore dei suoi libri hanno dato vita a una grande catena umanitaria. Anche lei è un piccolo eroe della beneficenza?
«Io sono solo uno strumento al servizio degli uomini senza voce. Col contributo dei lettori in 28 anni (oltre trenta milioni di copie vendute, ndr) siamo riusciti a salvare un milione di malati di tubercolosi, 10 milioni di lebbrosi e a far nascere sessanta pozzi di acqua potabile nel mondo. Altro possiamo fare con questo nuovo libro. Ma non sono io, è la generosità delle persone che fa la differenza. Come la generosità di voi italiani».
Sicuro che non stia esagerando con le sue lusinghe al nostro Paese?
«Certo che no. Siete un popolo dal cuore aperto. Le faccio solo qualche esempio: c’è un paesino piemontese, Carmagnola, che organizza ogni mese un mercatino di solidarietà col quale abbiamo fatto tante cose importanti.

Grazie all’aiuto di Lecco e Torino, poi, abbiamo creato un ospedale sul delta del Gange. Le sembra che stia esagerando?».
No. Ma basta la generosità delle persone a guarire i mali del mondo?
«È più che sufficiente a non farci mai perdere la speranza».

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