Voyeurismo come legge di mercato

Qualche giorno fa siamo stati tra i pochissimi ad avere legato le improvvise dimissioni di Tronchetti Provera alle possibili iniziative della Procura di Milano sulla vicenda delle intercettazioni telefoniche. L’uscita dalle cariche operative di Telecom ha evitato, infatti, qualunque tentazione alla Procura di Milano di coinvolgere nell’immediato anche Tronchetti Provera. Non avevamo informazioni al riguardo, ma l’attacco costante e permanente di Repubblica e la comparsa sulla scena di Guido Rossi non potevano che precedere l’arrivo del terzo soggetto, la Procura di Milano. Dal 1992 questo è un gruppo di soggetti autorevoli che, pur se non collegati tra loro, camminano sempre verso comuni obiettivi. Naturalmente questo capita quando, per l’appunto, professionisti, inquirenti e giornalisti hanno, ciascuno per la propria parte, una tale professionalità da vedere quasi contemporaneamente ciò che molti altri non vedono. E probabilmente questo avviene perché ciascuno di loro è bruciato dal sacro fuoco della legalità.
Questa è una fortuna per il Paese, come già abbiamo più volte ripetuto. Qualcuno maligna ricordando che quando arriva «il grande borghese», come viene definito Guido Rossi, c’è sempre all’orizzonte un cambio di proprietà delle aziende. Quisquilie, avrebbe detto Totò, se c’è contemporaneamente il trionfo della legalità. Fu così per la Ferruzzi Finanziaria, fu così per la Seat Pagine Gialle, fu così per la Banca Antonventa. Sarà così anche per Telecom? L’esperienza di questi ultimi quindici anni ci farebbe dire di sì, anche se questa volta tutto potrebbe essere più difficile. Su di una cosa, però, sin da ora dovremmo attestarci tutti. Se dovesse arrivare un altro imprenditore o una cordata di imprenditori italiani per acquistare a debito la Telecom o la Tim o la rete, meglio il ritorno parziale del capitale pubblico che non può essere contrabbandato con il ritorno dello statalismo, che peraltro non c’è mai stato nella storia delle partecipazioni statali. L’industria pubblica ha consentito, infatti, all’Italia di essere una protagonista del mercato nei settori a tecnologia avanzata e a redditività differita e ancora oggi lo dimostra con l’Eni, l’Enel e la Finmeccanica
Lasciamo ad altra occasione l’approfondimento sul destino di Telecom, la cui italianità è un bene da preservare con le leggi del mercato, e non ritenerla una sorta di generico ed inutile optional, come dice Mario Monti, nuovo consulente della famosa Goldman Sachs.
Detto questo, però, torniamo alle indagini sulle intercettazioni illegali, attivate da alcuni dirigenti della Telecom che rispondevano, secondo gli inquirenti, direttamente a Tronchetti Provera. Abbiamo letto con attenzione tutti i resoconti dell’«affaire» riportati dai vari giornali di aree politiche diverse e ci siamo fatti delle domande, senza trovare ancora risposte soddisfacenti. Quale era il motivo, ad esempio, per cui venivano intercettati imprenditori, calciatori, uomini e donne di spettacolo o banchieri come Geronzi, che certamente aveva già le proprie utenze telefoniche sotto controllo della magistratura? E quale uso ne avrebbero fatto poi i dirigenti della Telecom o lo stesso Tronchetti Provera di questa massa di intercettazioni? A chi le avrebbero trasferite? Agli amici, ad alcune procure, o erano soltanto dei dossier? Nessuno lo dice, ma innanzitutto nessuno si pone la domanda. E poi, queste intercettazioni sono state ritrovate? Anche questo non è molto chiaro, perché chi ha letto le ordinanze di custodia cautelare riferisce che queste intercettazioni sarebbero finite tutte in un grande falò alle porte di Milano. E allora? A meno che le carte non siano state segretate (cosa possibile) non sappiamo quali notizie abbiano raccolto questi dirigenti infedeli, e men che meno l’uso che ne avrebbero fatto. Domande inquietanti, cui se ne aggiunge un’altra, ancora più inquietante. Come mai autorevoli giornalisti di Repubblica, dotati di alta professionalità, come Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, erano stati informati di questa «attività illecita» di alcuni dirigenti della Telecom, tanto da farne oggetto di inchieste giornalistiche molto documentate? C’era forse un’altra centrale di ascolto a carico di chi ascoltava, o c’erano dritte che arrivavano da uomini dei servizi in guerra tra loro? O invece un’altra coincidenza professionale? Non lo sappiamo, naturalmente, ma in questo Paese, afflitto da una sorta di voyeurismo telefonico di massa, il rischio è che tutto si trasformi in commedia o in un passaggio di mano di grandi aziende.

Nel primo caso saremmo di fronte a dilettanti allo sbaraglio, nel secondo a un sofisticato meccanismo di potere che, giocando sulla paura e sulle famose regole del mercato, trasferirebbe enormi ricchezze da una mano all’altra. Come è puntualmente accaduto in questi ultimi anni, quando soggetti diversi e certamente non collegati tra loro furono guidati dallo spirito santo verso comuni obiettivi per il trionfo del Bene contro il Male.

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