Alieni e linguistica: dietro "Arrival" c'è il genio di un visionario

Un racconto bellissimo di Ted Chiang è diventato un film con 8 nomination

Alieni e linguistica: dietro "Arrival" c'è il genio di un visionario

Le storie migliori sono le più simili ai giochi. Procedono in orizzontale e in verticale. Costruiscono mondi, con regole che ti sembra di conoscere da sempre e visioni che non avresti immaginato mai. A qualche minuto dall'inizio di Arrival, l'ultimo film di Denis Villeneuve, si comprende che i livelli di gioco e visioni non solo saranno molti, ma che ogni spettatore vorrà provare a percorrerne il più possibile. E il premio, in questo gioco, consiste nel catturare un significato. Arrival ha fatto incetta di nomination per gli Oscar, qualche giorno fa: l'Academy gliene ha concesse ben 8. Tra i film di fantascienza, solo Incontri ravvicinati del terzo tipo (9 nomination), Guerre Stellari (10 nomination e un premio speciale) ed E.T. (9) avevano fatto meglio. E, sebbene si tratti appunto di fantascienza (almeno come categoria mentale, ma poi vedremo che qui si esonda dal genere), non sono affatto possibili statuette supertecniche: il film non è nemmeno in elenco per gli immancabili «effetti speciali». Parliamo invece di miglior film e miglior regia. Parliamo di miglior montaggio, fotografia e scenografie. E parliamo soprattutto di candidatura alla miglior sceneggiatura non originale per Eric Heisserer, che finora si era destreggiato tra il remake di Nightmare di Wes Craven e il prequel de La cosa di Carpenter.

La storia però, non ha nulla di questa matrice e sono assenti, a rischio di deludere qualcuno, anche sparatutto e muscolarità. Se è vero che il cuore della narrazione è un classico, il contatto con gli alieni, e se è vero che questi alieni si mostrano come pittoreschi poliponi a sette tentacoli, i protagonisti siamo, come nelle migliori finzioni, noi umani. E spiace per Hasserer, ma soltanto uno scrittore, cioè uno che ha il tempo di pensare da solo e senza mediazioni esterne a muovere i suoi personaggi, poteva concepire un prodotto narrativo multistrato come questo. Dietro ad Arrival c'è prima di tutto lo storytelling originale: il racconto Storia della tua vita, appena pubblicato in Italia da Frassinelli nella raccolta Storie della tua vita (pagg. 316, euro 18,50, trad. di Christian Pastore). Ovvero uno dei racconti meglio riusciti di uno dei più grandi scrittori di fantascienza del nuovo millennio: Ted Chiang.

Americano cinquantenne di origini cinesi, Chiang vince tutti i più prestigiosi premi di genere dal 1990 27 riconoscimenti, fino a ora - compresi «Nebula» e «Hugo» a ripetizione. Chiang è stato uno di quei nerd che alla fine degli anni '80 si laureavano in computer science perché avevano già capito tutto del futuro. Insomma, Chiang è un piccolo genio. Poco tempo dopo la laurea si appassiona alla linguistica, su cui legge testi specialistici per cinque anni. E appena pensa di saperne abbastanza, riversa le proprie conoscenze nel prodotto per cui ha più talento fin dal liceo: un racconto di fantascienza. Nel 1998 pubblica così Storia della tua vita, nell'antologia Starlight. Quasi vent'anni dopo, quel racconto - proprio quello, senza grandi variazioni - è diventato Arrival. Una storia che va letta oltre che vista al cinema, perché gli altri sette racconti della raccolta, ispirati con eguale eleganza alla Torre di Babele, alla leggenda del Golem, ad una equazione matematica, al Libro di Giobbe o alla Nausea di Sartre, sono allo stesso livello di quello che ha ispirato Hollywood.

In Arrival, due accademici, una linguista, Louise, e un fisico teorico, Ian, sono convocati dal governo americano dopo l'arrivo sul pianeta di dodici gusci extraterrestri. Dovranno riuscire a comunicare con le creature, per capire se portano guerra o pace. Fin qui il livello fantascientifico assorbito dal film, il più basico, quello che a tratti fa ricordare Incontri ravvicinati o 2001. Odissea nello spazio. Ma Arrival è soprattutto un trattato su come diventare padroni del tempo attraverso l'amore. Chiang ha creato una trama in cui l'eroina supera la paura della morte dando più importanza alla strada che al traguardo. La delicata manipolazione della comune concezione di futuro è l'arma di Louise nella storia, ma anche di Chiang come narratore: visione olistica, atmosfera onirica e riferimenti scientifici precisi ma mai invadenti permettono una fantascienza esistenziale che, se i critici avessero senso dell'umorismo, potrebbe anche diventare un altro modo di definire la letteratura. Paradossalmente, dei 14 racconti e un romanzo fantascientifici di Chiang, la maggior parte si svolgono nel passato. Come ha scritto il New Yorker: «È come se la fantascienza di Chiang venisse da un'epoca precedente, un'epoca in cui sarebbe esistita se solo fosse esistita la scienza».

In Arrival ci conquista il nostro riconoscerci nell'essere intrappolati e poi liberati da una intuizione sentimentale. E infatti a proposito di come è nato Storia della tua vita, Chiang dice: «Deriva dal mio interesse per i principî variazionali della fisica». Aiuto, si potrebbe pensare. E invece: «Non avevo idea di come usarli in narrativa finché non ho visto lo spettacolo Time Flies When You're Alive, il monologo di Paul Linke sulla battaglia della moglie contro il tumore al seno». Fin qui la fiction. Ma è solo quando un'amica dice a Chiang che le sembra di riconoscere il suo bambino dai movimenti che fa in culla che lo scrittore si mette in moto e decide di spiegare con un racconto come noi reagiamo all'inevitabile. Per darne conto, Chiang cita Vonnegut: «So cosa succederà ai miei indifesi e fiduciosi bambini, perché sono diventati grandi.

So che ne sarà dei miei amici più cari, perché moltissimi sono in pensione o sono morti», dice Vonnegut nell'edizione del venticinquennale di Mattatoio n. 5. «Abbiate pazienza: il vostro futuro verrà da voi e si sdraierà ai vostri piedi, come un cane che vi conosce e che vi ama».

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