Gli alleati premono sull’Udc: basta favori all’esecutivo

da Roma

Inutile dirlo, sotto il tiro incrociato dei riflettori ci sono lui e il suo partito. Dopo la vittoria del No Pierferdinando Casini e l’Udc devono fare due volte i conti. Da un lato con gli alleati, che si chiedono (con qualche timore) fin dove possa portare la linea dell’opposizione «morbida» messa in campo in questa occasione, e già annunciata anche sul rinnovo della missione afghana (l’ipotesi è un voto a sostegno del centrosinistra in politica estera). Dall’altro devono vedersela con l’ala sinistra dell’Unione, che (l’allarme come è noto l’ha lanciato Liberazione) attacca il partito di Casini, Cesa e Follini, denunciando: sono pronti a fare la «ruota di scorta», puntellando Margherita e Ds in caso di defezioni dell’ala radicale sull’Afghanistan.
Lo stato maggiore per ora non mostra turbamenti. È stato assorbito senza altri traumi il piccolo scisma dei «comitati per il no» messi in piedi, in dissenso dalla segreteria, da Marco Follini e Bruno Tabacci. Ed era addirittura sorridente ieri il segretario del partito Lorenzo Cesa, mentre usciva dalla sede dell’Udc di via due Macelli senza commentare. Eppure adesso la navigazione della vela con lo scudocrociato, stretta nella forbice di questa contraddizione, si fa più delicata. Anche per via di questa situazione, ieri Pierferdinando Casini ha preferito non parlare. L’Udc ha fatto la sua campagna intorno a due parole d’ordine: per il sì alla riforma della Cdl ma anche per il dialogo sulle riforme con l’Unione. Ma erano non pochi i maldipancia al suo interno. E non solo perché uomini come Carlo Giovanardi avrebbero preferito, da parte del proprio partito, più grinta e più sintonia con il centrodestra nel corso della campagna elettorale. Non solo perché fra i «padri costituenti» di Lorenzago sconfitti ieri nelle urne c’era anche uno dei suoi leader, il più autorevole degli esperti costituzionali udicini, Francesco D’Onofrio. Ma anche perché dopo il referendum si allarga il bivio fra la «linea morbida» e il rapporto organico con gli alleati: o si sceglie la prima, o il secondo.
Dice D’Onofrio, molto britannico quando parla della minoranza: «Non voglio spendere una parola su Follini e Tabacci, credo che alla fine quei loro comitati non abbiano fatto campagna elettorale... non mi interessa la polemica. A me interessa capire se siamo in grado di aprire un tavolo con il centrosinistra sul titolo V oppure no. E voglio capire come facciamo a ridurre il divario che nel centrodestra è sempre più forte fra il voto di opinione e quello di radicamento elettorale. Forza Italia raccoglie soprattutto il primo. An, Udc e Lega il secondo. Mi sembra - conclude - che il voto d’opinione sia mancato. Al punto che, visto il distacco, non ho recriminazioni da fare, non mi pare che fosse un risultato ribaltabile». Proprio per questo, ora, diventa decisivo capire cosa sceglierà di fare Casini. Molti scommettono sul fatto che il leader dell’Udc girerà le sue carte solo nel convegno già programmato per il 4 luglio nella veste di presidente della fondazione Camera dei deputati.

Alle 17, dopo un seminario con i tecnici, Casini e Fausto Bertinotti apriranno i lavori sul tema: «Dopo il referendum: c’è una strada per le riforme?». In attesa di rispondere a una domanda così impegnativa, almeno, si capirà se c’è una strada dell’Udc e quale.

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