Battaglia a Beirut, imposto il coprifuoco

L’apprendista stregone ha nuovamente perso il controllo. La scorsa estate prima ordinò il rapimento di due soldati, poi ammise di aver sottovalutato la risposta israeliana. Stavolta, dopo aver minacciato per 60 giorni di scatenare la piazza e far cadere il governo, chiede a tutti di evitar spargimenti di sangue.
Le parole del segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah sembrano una volta di più lacrime di coccodrillo. Il sangue nelle strade di Beirut scorre già. Per la prima volta in 17 anni la città è di nuovo sotto coprifuoco. Da ieri nelle morgue riposano cinque cadaveri raccolti negli scontri di piazza. Negli ospedali s’affollano gli oltre cento feriti delle devastanti battaglie urbane che hanno riportato Beirut sull’orlo della guerra civile. La scintilla improvvisa e inattesa divampa alla mensa dell’università araba. Lì, all’ora di pranzo, uno studente sunnita sostenitore del governo di Fouad Siniora e uno sciita di Hezbollah si insultano, si fronteggiano, vengon alle mani. Gli altri li seguono. La mensa si trasforma in un enorme ribollente ring collettivo. Il subbuglio tracima, rompe gli argini della cafeteria, invade la cittadella universitaria, alimenta l’invisibile barricata dell’odio eretta tra sunniti e sciiti. Una barricata indifferente, a questo punto, ai voleri di Nasrallah, alle trattative in corso, da qualche giorno, tra i suoi grandi protettori iraniani e l’Arabia saudita madrina del potere sunnita.
Quello dell’università non è un fuoco di paglia. Non può esserlo in una capitale dove dal primo dicembre i militanti di Nasrallah e del generale Michel Aoun paralizzano la vita pubblica alimentando divisioni e odii collettivi. In quella situazione la scazzottata diventa la scintilla in una polveriera. Dietro pugni e insulti spuntano pietre bastoni e coltelli. Le prime pistole fanno la loro comparsa già nei vialetti del campus. Da quelle ai kalashnikov è un attimo. Il fumo di automobili e pneumatici in fiamme copre aule e palazzi e la cittadella si trasforma in un campo di battaglia. I militanti di Hezbollah schierati intorno al palazzo del Gran Serraglio corrono verso l’università. Quelli sunniti escono dai loro quartieri imboccando la stessa strada. Dietro si schierano le fazioni cristiane. Da un parte quella di Samir Geagea, fedele al governo di Fouad Siniora, dall’altra quella del generale Michel Aoun, il Badoglio libanese trasformatosi - dopo una vita passata a combattere Damasco - nel miglior alleato di Hezbollah e dei suoi protettori iraniani e siriani.
Ad aumentare la confusione contribuisce l’esercito. I soldati entrano nella cittadella sparando in aria, ma si ritrovano in mezzo alle pietre e ai proiettili di sunniti e sciiti. Cadono i primi feriti. Due militanti Hezbollah arrivano all’ospedale già cadaveri. La stessa sorte tocca a due sunniti. I feriti, soldati compresi, si contano a decine. La triplice battaglia s’allarga alle strade, incendia l’intera città. Alle luci incerte del tramonto il centro di Beirut è illuminato dai falò di auto incendiate dalle molotov, dal fumo nero dei copertoni, dai batuffoli candidi dei lacrimogeni. Il riecheggiare secco delle scariche di kalashnikov copre slogan e clamori di piazza. I sunniti sparano dai tetti dei loro quartieri. Le squadracce di Hezbollah danno l’assalto a una scuola nemica.

Le ambulanze raccolgono un altro cadavere e il coccodrillo Nasrallah, preoccupato per il mancato rispetto delle trattative avviate dai suoi padrini iraniani, implora tutti di farla finita. Ma l’apprendista stregone rischia anche stavolta di aver sottovalutato le proprie mosse.

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