Ci vestiremo di plastica: la spazzatura diventa un marchio

Bottiglie, copertoni e reti da pesca anziché finire in discarica vengono riciclati. E si trasformano in maglioni, scarpe e borsette

Ci vestiremo di plastica: la spazzatura diventa un marchio

Con una ventina di bottiglie di plastica si può fare un maglione in pile. Caldo, morbido che sembra quasi impossibile. Da appena 235 grammi di reti da pesca, che altrimenti finirebbero nell'immondizia del mare, si ricava un metro di tessuto. E da 70 bottiglie di plastica si ottiene un metro di filato riciclato con cui si possono fare giacche, giacconi, calzoni, calzini. Sembra strano che la plastica diventi stoffa, ma se nessuno te lo dice o se non vai a leggere l'etichetta di un capo, è difficile rendersene conto. Anzi impossibile. La plastica, nella sua seconda vita, s'inventa nuove vite. Così con i copertoni di un'auto o di un camion si possono fare suole per scarpe riciclate. Con i fondi e gli scarti della lavorazione del caffè mischiati a polimeri recuperati si possono fare giacche dagli affascinanti colori sahariani. I tappi delle bottiglie diventano lacci per le giacche a vento o stringhe per calzature sportive. È la sfida dei prossimi anni. Una delle sfide per cui i «rifiuti sono una buona notizia» e si trasformano nel valore aggiunto di prodotti che fanno dell'ecosostenibilità quasi un elemento distintivo, di marketing, un marchio doc.

Da molti anni ormai la plastica (la plastica riciclata) è spesso dove neppure si immagina. Nella vita di tutti i giorni. Recuperare è diventata la parola imposta da una crescente cultura ambientale ma anche un'esigenza perché, con la crisi, i risparmi sono sempre più importanti e sprecare è diventato un verbo che si coniuga sempre più di rado. E allora un altro dato su cui riflettere. Se non ci fosse la plastica (spesso riciclata) un'auto peserebbe un paio di quintali in più. Lo stesso, facendo le dovute proporzioni, vale per una moto, un camion, un bus. E questo, se si considerano le ricadute su consumi ed emissioni inquinanti non è proprio un dettaglio. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Oggi grazie al recupero delle materie plastiche prendono (riprendono) corpo oggetti che fanno parte della nostre abitudini quotidiane. Praticamente quasi tutto. Piatti, bicchieri, forchette, componenti dell'industria automobilistica, parti di motociclette, mobili, elettrodomestici, tubi, abiti, giacche a vento, vasi, borse, valigie, scarpe, contenitori per alimenti, pellicole per i film, pannelli isolanti per l'edilizia. Un elenco quasi infinito che è destinato con le nuove tecniche di recupero e di trasformazione ad allungarsi di giorno in giorno. «Anche perché la plastica è un materiale relativamente giovane e ancor più recente è l'idea del suo riciclo - spiegano al Consorzio di riciclo degli imballaggi di plastica -. Nel nostro Paese si è sviluppato negli anni '60 recuperando imballaggi e scarti industriali non destinati ad entrare nelle nostre case. Poi grazie allo sviluppo di tecnologie e dei macchinari per il riciclo negli anni '90 con la raccolta differenziata urbana, la scommessa è stata quella di recuperare la plastica dopo il consumo e avviarla al riciclo». Ma non è solo un fatto di numeri, per molti sta diventando anche una «mission» industriale. Cresce il numero delle aziende che puntano sulla sull'ecosostenibilità che diventa un «plus» che i consumatori sembrano apprezzare anche se per acquistare si deve spendere qualcosa in più. E ciò accade in tutti i campi. Dal settore automobilistico a quello delle costruzioni edili, dal commercio alla moda. E proprio dalla moda arriva l'ultima sfida. Che parte dalla Spagna e che sette anni fa ha visto Javier Goyaneche fondare Ecoalf, un'azienda di moda che fa abiti ricavati 100% dal riciclo di rifiuti di plastica. La stessa plastica che distrugge il Mare Mediterraneo. Così, un po' per tradizione familiare, un po' per la passione che Goyaneche ha per il mare (e un po' per business), il presidente di Ecoalf ha stretto un accordo con la flotta dei pescherecci della Comunità Valenciana che nelle loro uscite quotidiane in mare pescano pesce ma anche montagne di rifiuti. Ogni giorno, un paio di tonnellate tra bottiglie, contenitori di plastica e altri «avanzi» che nei porti vengono raccolti e poi mandati al riciclo per diventare abiti, giacche, borse, suole di scarpe. E i benefici per l'ambiente sono enormi. «Attualmente abbiamo 11 collaborazioni attive con aziende in tutto il mondo - spiegano i responsabili di Ecoalf - a Taiwan, Corea, Portogallo, Messico, Giappone, Spagna che ci permettono in modo continuo di sviluppare tutti gli elementi necessari per la fabbricazione con materiali riciclati. La sfida coinvolge 11 porti e tre comunità spagnole, Alicante, Castelleon e Valencia ma il nostro obbiettivo, anche grazie alla fondazione americana Hp, è quello di estendere questa operazione alla California e a tutto il bacino del Mediterraneo, dalle coste francesi a quelle italiane a quelle africane».

Un'operazione complessa trasformare una rete da pesca o una bottiglia di plastica in filato per fare abiti di moda. Perché di moda si tratta. Giacche, giacconi, maglie e pantaloni sono diventate una linea che viene commercializzata negli showroom più importanti da New York a Tokyo, da Madrid a Milano. Dopo aver recuperato la plastica in mare e averla differenziata inizia la scelta del materiale che verrà utilizzato. Perché non va tutto bene. Si sceglie la plastica in condizioni migliori, quella che il mare non ha rovinato e la si divide per colore. Una volta messe insieme quindici tonnellate di materiale con queste caratteristiche, può iniziare la lavorazione. Il Pet viene triturato e trasformato in scaglie sottilissime da cui si riesce ad ottenere un polimero qualità superiore. Questo viene lavorato da macchinari ad altissima temperatura che lo sciolgono e lo fanno passare da un ugello che lo trasforma in filato bollente. Sarà poi un getto d'acqua potente e gelido a renderlo utilizzabile per i telai che lo trasformeranno in stoffa. Un procedimento simile vale per gli pneumatici recuperati che vengono triturati e lavorati ad alte temperature e poi trasformati in polvere che servirà per realizzare la suole delle scarpe.

E l'ultima frontiera sono gli scarti della lavorazione del caffè, una sfida che parte da Taiwan dove Ecolaf sta realizzando la prima collezione di moda con abiti realizzati con filati di plastica con colorazioni naturali derivate dal caffè: «Le polveri del caffè essiccate vengono mischiate al polimero - spiegano - e oltre alla colorazione danno caratteristiche ulteriori al tessuto perché sono anti Uva e permettono alle stoffe di asciugarsi molto velocemente. Proprietà che generalmente si ottengono con processi chimici e che noi invece otteniamo recuperando tutto, con un progetto completamente ecosostenibile».

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