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Il 27 febbraio 2025 parte il processo d’appello per l’omicidio di Saman Abbas, la 18enne di origine pakistana uccisa la notte dopo il 30 aprile a Novellara, come risulta dalla sentenza di primo grado, da suoi famigliari. In primo grado sono stati infatti condannati a 14 anni lo zio Danish Hasnain, e all’ergastolo il padre Shabbar Abbas e la madre Nazia Shaheen. Quest’ultima è stata condannata in contumacia, ma lo scorso autunno è stata estradata in Italia.
In primo grado erano stati inoltre assolti i cugini Ikram Ijaz e Nomanoulhaq Nomanoulhaq. Nessun altro è stato rinviato a giudizio, sebbene altri membri della famiglia siano finiti, a livello di attenzione, sotto la lente degli inquirenti, per esempio il cugino Arfan - che avrebbe, tra le altre cose, aiutato Shabbar e Nazia a volare verso il Pakistan il giorno dopo il delitto - e lo zio Fakhar, al quale il fratellastro Shabbar avrebbe confessato l’omicidio al telefono: “Sono stato io, l’ho fatto per il mio onore”.
Alla fine del 2024 è uscito il libro “Il delitto di Saman Abbas - Il coraggio di essere libere” dell’inviato di Quarto Grado Giammarco Menga che, da cronista ha seguito capillarmente e in prima persona tutte le fasi delle indagini e del processo. Menga è stato sul posto, dividendosi tra Novellara e Milano, dove aveva altri casi da seguire negli stessi periodi: per questo il suo racconto non è solo interessante dal punto di vista giornalistico ma anche sotto il profilo umano.
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Giammarco Menga, quali sono le novità più rilevanti da attendere nel processo di secondo grado?
“C’è grande attesa per il secondo grado. Io credo che la versione di Nazia non si discosterà da quella del marito, ovvero che entrambi avrebbero lasciato la figlia sulla stradina ma non sarebbero a conoscenza di ciò che è accaduto. Non mi aspetto che Nazia possa svelare un’altra verità in aula”.
Cosa può accadere invece ai cugini assolti e ai parenti mai coinvolti nell’indagine?
“Mi aspetto molto nel nuovo giudizio sugli elementi relativi alla premeditazione. Se la corte stabilirà che si è trattato di un delitto d’onore, organizzato da un clan, possibile che vengano rivalutate le posizioni dei due imputati assolti in primo grado. Diverso il discorso per gli altri parenti non rinviati a giudizio, perché il secondo grado si baserà sugli elementi già analizzati in corte d’assise. Arfan era stato indagato e poi depennato, Fakhar è andato in Spagna e, in base a ciò che è dato sapere, lì è rimasto. Non credo ci siano circostanze per aprire un’indagine parallela su di loro, anche se fanno parte di un contesto famigliare”.
Saman aveva una finestra sul mondo: i social network. Sono stata la chiave per la sua ricerca di emancipazione?
“I social erano per Saman l’unico modo per uscire dal microcosmo che le era stato imposto: pur restando all’interno della cascina dalla porta rossa, il display del telefonino era la sua unica finestra sul mondo. Ma anche la sua grande delusione, che le ha portato dolore e alla fine solitudine. Il suo grande errore è stato quello che fanno molte ragazze della sua età, innamorarsi. Saman però ha appoggiato la sua emancipazione su un amore istantaneo, forte, adolescenziale, dapprima con il ragazzo afghano che raggiunge in Belgio e poi con Saqib, che secondo i giudici l’ha lasciata sola negli ultimi giorni, i più importanti della sua vita, e successivamente è emerso che forse avrebbe dato la parola per sposare in Pakistan una ragazza che conosceva da anni”.
Shabbar dice al figlio: “Questa è una guerra tra l’Islam e i cristiani”. C’entra davvero l’Islam in questa vicenda?
“Questa frase ci fa capire come faccia comodo, in determinati contesti culturali, abbinare questo concetto, quasi per allontanare i sensi di colpa. Il concetto religioso non c’entra nulla ed è facile spostare mentalità retrograde, come quella della famiglia di Saman, su concezioni religiose per creare nuove guerre. L’Islam ha regole ferree, soprattutto in determinati periodi dell’anno: l’Islam non prevede di poter uccidere una persona, figuriamoci nel mese sacro del Ramadan (che ricorreva a ridosso del periodo del 30 aprile 2021, ndr). Inoltre la famiglia di Saman non seguiva i dettami islamici: gli uomini bevevano alcol, non frequentavano la moschea di Novellara. È un’incoerenza totale voler spostare la storia di Saman su un punto religioso”.
E il fratello minore di Saman?
“Per quanto riguarda il fratello di Saman ho avuto una visione di pietas, di perdono: ha le sue colpe, ma era molto giovane e subiva delle pressioni date dal contesto. E quando è stato bloccato a Imperia, è stato lui stesso a indirizzare i carabinieri verso l’omicidio, smentendo l’allontanamento volontario. Bisogna dargliene atto, al di là del fatto che la corte lo ha ritenuto inattendibile quasi su tutto finora”.
Nel suo libro ha citato le statistiche sull’abbandono scolastico delle ragazze pakistane in Italia. Cosa si può fare per una maggiore integrazione?
“È una domanda molto complicata. Lancio un paradosso: bisognerebbe capire con quali intenti alcune famiglie arrivano in Italia e soprattutto se hanno una predisposizione, un’apertura mentale. Alcuni giungono da contesti rurali e vengono qui prettamente per motivi economici, quindi non sempre si sentono predisposti a nuovi modi di vivere. Il cortocircuito nasce quando le seconde generazioni abbracciano questo nuovo modo di vivere e vengono proiettati decenni avanti ai genitori, bloccati in una mentalità retrograda. Quindi da un lato bisognerebbe capire chi vuole integrarsi, dall’altra la storia ci insegna che occorre un’attenzione maggiore da parte delle istituzioni, almeno nel rispetto delle regole base, come ad esempio l’obbligo scolastico. Nel caso di Saman sarebbe stato utilissimo”.
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“Tre anni di scuola in più per lei avrebbero significato tre anni in più di strumenti per comprendere il mondo, per integrarsi al meglio con le compagne. Nell’unico anno in cui ha frequentato la scuola non solo è riuscita a conoscerle ma a entrare nei loro cuori. Tutte le ex compagne di Saman che ho intervistato ne parlano ancora come l’avessero vista il giorno prima: con piccoli gesti più che con le parole, portando loro elementi della sua tradizione, riuscita a farsi voler bene”.
Ha vissuto in prima persona, in quanto cronista, le indagini. Quali sono stati i momenti più importanti e cruciali a suo avviso?
“Il primo momento cruciale che mi viene in mente è stato l’arresto di Danish durante la latitanza. Ero lì a Parigi, in un quartiere della periferia nord e un contesto islamico in cui si era rifugiato in quei mesi.
L’altro momento importante è stato la notizia dell’arresto di Shabbar, che ha sbloccato Danish nel rivelare dove fosse occultato il corpo. Il terzo elemento è l’estradizione di Shabbar, perché ha fatto e farà giurisprudenza, in assenza di accordi bilaterali tra Italia e Pakistan: è stata una grande vittoria diplomatica”.- dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
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