Indifferenze

Forse il dato che più colpisce della strategia di Vladimir Putin è l'indifferenza con cui valuta le conseguenze tragiche della sua strategia.

Indifferenze

Forse il dato che più colpisce della strategia di Vladimir Putin è l'indifferenza con cui valuta le conseguenze tragiche della sua strategia. Non è follia, semmai cinismo. Un sordo distacco, una totale distanza. Nel migliore dei casi le vite spezzate di migliaia di persone nella sua mente sono danni collaterali. Nel peggiore, un esempio per dimostrare la debolezza delle democrazie occidentali e per minacciare chi tra le ex-repubbliche avesse l'intenzione di emanciparsi dal giogo di Mosca. Nessuna pietà, semmai un compiacimento della propria potenza. Un calcolo freddo, folle, pianificato sul rapporto tra i rischi che assume e le paure dei suoi avversari. Un continuo alzare la posta come un abile giocatore di poker, sicuro che chi è seduto al tavolo non andrà mai a vedere le carte che ha in mano: lui muove i pezzi a suo piacimento sullo scacchiere, gli avversari debbono stare al suo gioco. Altrimenti altrimenti se solo alla Nato o a chi per essa venisse in mente di decidere una no-fly zone sui cieli dell'Ucraina, magari a scopi umanitari, allora considererebbe una tale decisione «un atto di guerra». Come giudica già ora un atto di guerra le sanzioni economiche per evitare che l'Occidente ne decida di più drastiche. Putin vuole ballare da solo con l'Ucraina come il gatto con il topo.

È accettabile tutto ciò? L'Occidente può limitarsi alla guerra economica (e magari salvarsi l'anima in questo modo) assistendo a distanza al massacro di un popolo? O c'è bisogno di un avvertimento, di un messaggio inequivocabile per ricordare che la corda si può anche spezzare? Gli Stati Uniti e l'Europa 80 anni dopo possono farsi incantare un'altra volta dallo «spirito di Monaco», cioè accettare che Putin li metta davanti al fatto compiuto senza reagire più o meno come fecero le potenze europee con la Germania di Hitler?

Se di fronte alle immagini crudeli di una guerra folle si perdessero le inibizioni e la riluttanza a cimentarsi in un simile paragone, ci si accorgerebbe che ci sono più affinità di quanto uno possa credere con quel periodo: il Führer cavalcò lo spirito di rivalsa del nazionalismo tedesco nel sogno del Reich, più o meno come Putin sta incantando la Russia profonda nell'illusione di poter riportare le lancette del tempo all'epoca dell'impero, quello dei Romanov o sovietico poco importa. Come pure il pangermanesimo nella rilettura farneticante del nazismo appare un modello per le congetture sulla riunione dei popoli russi del nuovo Zar. E in entrambi i personaggi, è l'affinità maggiore, c'è una totale indifferenza per i costi delle loro ossessioni: sia per i danni provocati agli altri, sia per quelli arrecati al proprio popolo.

Ecco perché l'interrogativo sul che fare resta sullo sfondo: dov'è collocata la sottile linea rossa che divide la coscienza del rischio dalla resa? Un interrogativo che ha bisogno di una risposta. L'ex-ambasciatore Usa alla Nato Kurt Volker ha proposto che una coalizione Nato instauri una no-fly zone come azione umanitaria sul cielo di Kiev e dell'Ucraina occidentale per evitare i bombardamenti russi sulla popolazione. Altri per accelerare il «default» dell'economia russa ipotizzano di bloccare del tutto la fornitura del gas russo verso l'Europa e dove si può.

Putin sicuramente non lo accetterebbe, ma si può assecondare ogni suo diktat sapendo che quel cedimento ha un prezzo in vite umane? Ed ancora: dove il senso di responsabilità per le possibili conseguenze di un atto si tramuta in indifferenza verso un popolo abbandonato al proprio destino? È il dubbio amletico (per ora senza risposta) di un Occidente alla ricerca di un ruolo nei nuovi equilibri mondiali.

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