Perché Giuseppi non è un liberale

L' Italia è piena dei cosiddetti "liberali dopo le sei", quei politici e funzionari pubblici che si rifanno a princìpi individualistici e meritocratici solo quando escono dai ministeri o dagli uffici.

Perché Giuseppi non è un liberale

L' Italia è piena dei cosiddetti «liberali dopo le sei», quei politici e funzionari pubblici che si rifanno a princìpi individualistici e meritocratici solo quando escono dai ministeri o dagli uffici. E il club trasversale degli autoproclamati successori di Cavour ed Einaudi si arricchisce di un nuovo parvenu di successo, Giuseppe Conte. Nell'ennesima passerella mediatica dopo l'ennesimo Dpcm, il presidente del Consiglio ha rivendicato un «approccio liberale» sulla questione dei vaccini obbligatori. Certi politici amano attribuirsi vocazioni virtuose che costano poco e rendono molto: chi si sente riformista, chi liberaldemocratico o conservatore illuminato. Ma il Giuseppi sedicente liberale può al massimo suscitare un sorriso divertito davanti a tanta sfrontatezza autocelebrativa. Proprio questa veste è l'unica che l'«avvocato del popolo» non ha indossato per un attimo nei suoi multiformi sketch di governo: grillino di complemento, leghista sottomesso a Salvini, uomo del Quirinale, esponente della sinistra moderata riluttante a prendere ordini da Zingaretti.

Conte ha sempre incarnato i tratti del notabile democristiano degli anni '50, l'equivoco di una società civile più attenta a trarre benefici dalla politica che ad esportare a Palazzo la visione manageriale e pragmatica del mondo privato. Il presidente del Consiglio si è piegato all'assistenzialismo indigesto dei Cinque Stelle, alla cornucopia di Stato ricolma di reddito di cittadinanza e mance da raccogliere con un clic dal divano di casa. Tanto per ricordarlo, un liberale sogna una società che riduca le tasse a imprenditori e lavoratori, oltre che incentivare la creazione di posti di lavori stabili. La famosa canna da pesca che permette di fare a meno del pesciolino regalato tutti i giorni come elemosina.

Se poi andiamo ad analizzare l'«approccio liberale» vantato dal premier, ci si imbatte in una stagione infinita di regolamentazioni da condominio estese a quasi 60 milioni di italiani: chi ricevere a casa, quanti commensali ammettere al tavolo, dove andare in vacanza, il divieto di acquistare lo scotch o la colla nei supermercati. Il liberale ti impone a malincuore regole di massima e ti punisce se contravvieni; il centralista che parla come un Dpcm stampato ti stordisce con un protocollo di istruzioni pedanti e invasive di dubbia interpretazione. Basta saperlo, sono due anni e mezzo che un compìto professore con la pochette e abiti di ottima sartoria elenca ogni giorno le norme da osservare per superare le sue snervanti prove di esame.

Conte rivendichi il «suo» modo

di essere leader, con quel paternalismo retrò di sapore tardo clientelare che premia i meno intraprendenti e deprime chi fa impresa. Ma sul terreno liberale, per cortesia, avanti il prossimo. Ce ne sarebbe davvero bisogno.

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