Riapre l'Italia: la nuova anormalità

Fare finta di essere sani, come in una canzone di Giorgio Gaber. È il 3 giugno e la stagione dei decreti se ne va

Riapre l'Italia: la nuova anormalità

Fare finta di essere sani, come in una canzone di Giorgio Gaber. È il 3 giugno e la stagione dei decreti se ne va. Si vive, si parte, si viaggia, magari ci scappa pure una giornata al mare, superando i confini immaginari delle regioni, alla fine senza neppure il passaporto di sana e robusta costituzione. La beffa è che piove, perché il destino è dispettoso e adesso che ci si può spostare da Nord a Sud, e ritorno, fa sparire il sole o forse il destino è solo un lontano parente dei governatori sceriffi. Fatto sta che piove, perfino sulle tamerici salmastre. È, dicono, il ritorno alla normalità.

Bella la normalità, se solo uno sapesse di che pasta è fatta. Santa, anche se poi fatichi a ricordartela. Che poi, davvero, che cos'è? La normalità, una volta, era potere dire di essere a casa. Adesso che da un po' ne siamo usciti dobbiamo andarcela a cercare. La normalità è un'invenzione.

Quella che c'è adesso tanto normale ancora non è. È vivere a distanza, con le mascherine sul volto, guardandosi negli occhi chi con diffidenza e chi con nostalgia, di un abbraccio, di un «ti riconosco». È questo «stai lontano da me» perché non si sa mai. È il virus che forse sta facendo le valigie per andare in vacanza, ma che in autunno potrebbe tornare, magari mutato, rilassato, abbronzato o pronto a ricominciare il suo sporco lavoro. Quanto durano le ferie di un virus con la corona? Non si sa, perché questi sono i primi giorni di vacanza della sua breve vita da ospite degli umani.

La normalità sono i ristoranti da prenotare, le spiagge con gli ombrelloni un tanto al metro, la quadriglia in discoteca, senza sospiri guancia a guancia, i concerti per pochi intimi, gli aperitivi fuorilegge, gli esami senza professori, i pendolari che aspettano il prossimo treno, perché quello che arriva sembra mezzo vuoto, ma è burocraticamente pieno.

La normalità è il calcio senza tregua, come una grande abbuffata, con le partite una dopo l'altra, come si fa nelle estati dei mondiali e degli europei, senza tifosi e i diritti tv da ridiscutere e uno scudetto che già odora di cartone. È Conte, il premier, quello bis, che ci dice che andrà tutto bene, perché la vita è un reality e le promesse sono vere solo a telecamere accese, a luci spente ci tocca arrangiarci, perché la povertà non è bella da mostrare in tv e i poveri, come diceva Casalino ai tempi del Grande Fratello, si riconoscono dall'odore.

La normalità sono le tasse, gli affitti e il mutuo da pagare, i negozi con le saracinesche a mezz'asta, i prestiti in banca esattamente come prima e le mafie che hanno già programmato le lavatrici, con i soldi nella cesta del bucato. È la politica che non trova risposte e vede la rabbia e la disillusione riempire le piazze e l'unica domanda spontanea che gli rimbalza nella testa è: perché non portano la mascherina?

La normalità è andare da Lodi a Milano con il monopattino, perché ti sembra brutto sprecare il bonus e ogni volta che ti passa accanto un tir urli che il futuro è green. È che davvero è meraviglioso un mondo dove tutto va a energia pulita, ma non ci arrivi con le scorciatoie. Il monopattino, per dirla tutta, ha lo stesso sapore delle brioche di Maria Antonietta.

La normalità, questa volta per dirla alla Jannacci, è la

bellezza dei vent'anni. «È poter non dare retta a chi pretende di spiegarti l'avvenire, e poi il lavoro e poi l'amore. Sì ma qui, che l'amore si fa in tre, che lavoro non ce n'è e l'avvenire è un buco nero in fondo al...».

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