Crovi vuol capire che genere di animale è l’uomo

Sebbene la razza di gatti Cameo non sia stata riconosciuta da tutti i manuali, essa è unanimemente divisa dagli esperti in due sottospecie: la Cameo Shell, dalla pelliccia quasi bianca, e la Cameo Shoded, che ha invece sfumature bicolori. Raffaele Crovi apre il suo Cameo (Mondadori, pagg. 148, euro 16,50) così, con una divagazione sui gatti. Che si tratti di un pretesto? Un genere elusivo, se non addirittura inesistente, accoppiato all’innegabilità delle sue sottospecie alluderebbe a una condizione tipica, più che altro, della stirpe umana. Che genere d’animale sia l’uomo, infatti, non lo sa nessuno. Meglio ripiegare sugli attributi secondari: nome proprio, fede politica, luogo di nascita...
Un medesimo rapporto paradossale tra genere e specie si rintraccia nel protagonista del romanzo, l’anziano Nando Mortara la cui vita è stata «avventurosa ma non romanzesca». L’uomo è reduce da un intervento chirurgico. Una diagnosi di tumore al colon gli ha «terremotato le vacanze», l’operazione è andata a buon fine ma è comunque difficile in simili frangenti non ripercorrere gli eventi salienti della propria esistenza, svoltasi in una Reggio Emilia dinamica e «terragna», amante del cibo e delle donne, pronta ad abbandonarsi alle passioni politiche ma non aliena dagli improvvisi mutamenti di fronte.
Nato in una famiglia ebraica Nando, in seguito a un’empia e pia decisione paterna, viene battezzato allo scopo di preservarlo dalla montante persecuzione; poco dopo i genitori saranno denunciati da un socio d’affari e inviati a morire ad Auschwitz, assieme a gran parte della comunità ebraica cittadina. Lui si salverà sia allontanandosi da Reggio Emilia, sia perché nei registri della sinagoga il suo nome manca; tornerà a convertirsi all’ebraismo anni dopo quando un cappellano, intravista l’immagine del candelabro a sette braccia su una scrostata parete di casa, si rifiuterà di benedire l’abitazione. Cresciuto con la governante, l’orfano studia psichiatria, ma allorché si tratterà di svolgere la professione preferirà scegliersi un ruolo appartato, quello di archivista del manicomio San Lazzaro. «La mia tendenza ad analizzare le scelte, più che a farle, dimostra che ero più tagliato a documentare il lavoro dei sanitari che a svolgerlo».
Composto da materiali variegati (interviste ad amici; lettere spedite a parenti e conoscenti; messaggi inviati a Dio, come nell’Herzog di Saul Bellow), Cameo è ad un tempo un’autobiografia-rendiconto e la ricostruzione rammemorante di un’intera città. La verità e la finzione vi formano un complesso gomitolo che non è compito del critico, ma semmai dell’amico o del curioso districare. Compito arduo, visto che anche l’autore si trova più a suo agio con le definizioni specifiche che con quelle generiche. Crovi può infatti vantare un’invidiabile carriera di romanziere, editore, saggista, produttore cinematografico e televisivo, ma rifiuterebbe di certo come irritante ogni etichetta che provasse a catturare tanta versatilità. E arduo anche perché il protagonista del romanzo, con l’ennesima specificità agenerica, incarna il lato leopardiano del coerente, pragmatico, incisivo manzonismo di Crovi.

Attenzione dunque nel tracciare la linea tra realtà e fantasia: se «cameo», oltre a una specie felina, sta ad indicare nel gergo teatrale una piccola parte svolta da un grande attore, converrà limitare l’immagine alla vita di Nando Mortara. A quella del suo alter ego in carne e ossa andrebbe piuttosto stretta.

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