Il peccato originale del Pd? Non fare i conti con Craxi

Un saggio dello storico Gervasoni spiega come gli eredi del comunismo cerchino di scippare il patrimonio del socialismo italiano. Dopo averlo demonizzato

Il peccato originale del Pd? Non fare i conti con Craxi

A meno di non raccontarci la favola della maledizione che graverebbe sulla sinistra italiana, bisognerà pur trovare una ragione del perché in tutto questo lungo dopoguerra, per quanto si sia considerata come la meglio sinistra del Vecchio Continente, essa non sia mai riuscita ad esprimere una premiership, tanto meno abbia conquistato la maggioranza di governo. E non è tutto. Alla fine di una corsa durata più di un secolo, non sarà un caso che essa si veda oggi costretta a consegnare il testimone a ben due eredi - Renzi e Letta - del cattolicesimo democratico, suo storico antagonista. Un bilancio così magro esigerebbe, quanto meno, una revisione critica dei passaggi cruciali che hanno preparato un esito tanto infausto.
Viceversa pressoché nessuno dei caposaldi della sua cultura tradizionale è stato rimesso apertamente in discussione. Pur di salvaguardare una continuità fittizia tra un presente democratico e un passato comunista difficilmente conciliabili, ha proceduto a un'opera sistematica di rimozione di tutto quanto le risultava troppo imbarazzante per poter essere conservato, procedendo al contempo a una spavalda riappropriazione dal patrimonio altrui di quanto serviva per un efficace candeggio delle macchie accumulate e per un riciclaggio veloce del suo gruppo dirigente.
A ben guardare, il salto acrobatico dalla vecchia identità comunista alla nuova identità democratica è stato imposto dalla necessità di scavalcare a piè pari, e senza pagare dazio, l'ingombro rappresentato dalla tradizione socialista colpevole di aver costituito un'insopportabile spina nel fianco a chi si intestardiva a proporre una via nazionale al socialismo senza chiudere i conti col socialismo reale.
Il precipitato di questa tenace contrarietà a dar ragione a chi ha avuto la colpa di aver avuto ragione troppo presto è rappresentato dall'interdetto comminato a tutto quanto richiami, di dritto o di rovescio, la tradizione socialista: dal termine stesso socialista, ridotto a qualifica infamante, sino alle sue battaglie più qualificanti e alle sue intuizioni più innovative.
Cerca meritoriamente di ricostruire la storia della stagione più infuocata e decisiva dell'ininterrotto duello combattuto tra socialisti e comunisti Marco Gervasoni nel suo nuovo libro: La guerra delle sinistre. Socialisti e comunisti dal '68 a Tangentopoli (Marsilio, pagg. 197, euro 19). Gervasoni analizza, passo dopo passo, il dispiegarsi della sfida finale che decide delle sorti della sinistra italiana. S'è detto sfida finale perché essa non è certo sorta dal nulla ma ha coronato una divisione che, tra alterne vicende, va fatta risalire direttamente alla scissione di Livorno del 1921. In quel frangente si consumò la rottura sul tema del destino del capitalismo e sui compiti che spettano alla sinistra per assicurare al proprio paese un futuro di progresso. Da allora si è combattuta un'ininterrotta partita che giunge a conclusione solo negli anni Ottanta del secolo appena concluso. Non matura per caso in quel decennio. Ne propiziano le condizioni da un lato la crisi terminale del comunismo sovietico, dall'altro il passaggio della società occidentale, Italia compresa, alla fase postindustriale della sua storia. La sinistra è stata posta allora di fronte alla sfida di adeguare analisi e progetti ai nuovi scenari.
Chi resta prigioniero delle passioni suscitate dallo scontro mortale che ha investito socialisti e comunisti può trovare validi argomenti per sostenere le ragioni della propria parte politica e corroborare in tal modo un'identità altrimenti traballante. Può per questa strada esser tentato, come i più a sinistra continuano del resto a fare, di ridurre sbrigativamente - e consolatoriamente - la faccenda a una questione di tradimento e di coerenza, di moralità e di immoralità, di difesa e di abbandono di irrinunciabili posizioni, con Craxi nella parte del diavolo e Berlinguer in quella del santo, con il primo relegato nel girone infernale dei reietti e il secondo innalzato nel paradiso degli incorrotti. Tutti i principali passaggi politici di quegli anni diventano allora le stazioni dolorose di un percorso maledetto intrapreso da un «bandito» - parola del consigliere più stretto di Berlinguer, Antonio Tatò - verso un approdo di destra, un gangster - così il leader socialista venne qualificato su Tango da Michele Serra - che, pur di sviluppare un affondo contro chi - il Pci - si ergeva a baluardo delle «istituzioni e delle assemblee elettive» apriva la via perigliosa della «delegittimazione del sistema rappresentativo» (attraverso una sistematica opera di «spartizione e di lottizzazione dello Stato»), del presidenzialismo (punto di forza della Grande Riforma craxiana), dell'attacco alle conquiste del movimento operaio (in seguito al taglio di quattro punti della scala mobile) candidandosi a divenire l'apripista di Berlusconi e del berlusconismo.
Ci si può consolare ad una siffatta ricostruzione moralistica di comodo oppure, come ha fatto Gervasoni, si può cercare di capire come sia stato possibile alla sinistra italiana perdere un'altra volta l'appuntamento con la storia e intestardirsi a scommettere sull'ipotesi di «una crisi storica del capitalismo», sostenere la «qualitativa differenza» tra Paesi capitalisti e Paesi del socialismo reale, la perdurante attualità del leninismo a fronte del fallimento della socialdemocrazia.

La sfida lanciata da Craxi potrà apparire temeraria, costellata da gravi errori, condotta anche con mezzi impropri (vedi l'instaurazione di una pratica tangentizia e di un sistema spartitorio) ma è difficile non convenire che fosse nel segno della storia, di quella storia di cui viceversa era sempre stato il Pci ad essere convinto di rappresentare «il portatore privilegiato della interpretazione corretta».

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