Trump aiuta la Yellen ad alzare i tassi

L'America torna ad assumere nell'industria e costruzioni, i settori cari al tycoon

Trump aiuta la Yellen ad alzare i tassi

Non le strapperanno mai un «Grazie, Donald», ma Janet Yellen dovrebbe ammettere che l'effetto Trump si è fatto sentire nei 235mila nuovi posti di lavoro creati in febbraio negli Stati Uniti. Il dato è un assist perfetto per la Federal Reserve, la pistola fumante che costituisce la prova di come l'economia sia in grado di sopportare, la prossima settimana, un rialzo dei tassi. Una mini-stretta, in fondo, non superiore al quarto di punto che il mercato ha già ampiamente messo in conto e metabolizzato: i Fed Funds davano infatti ieri, subito dopo le cifre diffuse dal dipartimento del Lavoro, il 93% di possibilità di un aumento del costo del denaro.

A un fatto scontato si contrappone però un elemento assolutamente inedito, almeno negli ultimi anni della presidenza Obama, legato alle assunzioni. Non più solo appannaggio di quel terziario basato sulla deflazione salariale e su un esercito di commessi e camerieri in costante aumento; ora, finalmente, qualcosa si muove in quella manifattura tanto falcidiata negli scorsi anni dai licenziamenti. La middle class a rischio di estinzione, quella che compattamente ha votato The Donald lo scorso novembre, ritenendo di essere stata asfaltata dalle politiche economiche obamaniane, torna a dare segnali di vita. Era dall'agosto 2013 che non si vedevano 28mila assunzioni nell'industria, da sommare alle 55mila registrate in un altro comparto nel cuore (e nel portafoglio) del nuovo inquilino della Casa Bianca, le costruzioni. Settore che negli ultimi sei mesi ha chiamato a raccolta 177mila lavoratori, un numero che è il segnale di una vitalità destinata ad avere ricadute positive sul mercato immobiliare e che acquista ulteriore importanza perché si tratta di assunzioni con buste paga ben più pesanti rispetto a quelle di un barman.

Cifre comunque non ancora sufficienti, visto che ben 5,7 milioni di americani campano di part-time. Contribuendo, involontariamente, a offrire quell'immagine distorta di piena occupazione data dal 4,7% di senza lavoro il mese scorso (4,8% in gennaio). Non a caso, se c'è ancora un elemento che potrebbe indurre la Fed a non schiacciare il pulsante di rialzo dei tassi mercoledì prossimo, quello è proprio l'anemica dinamica dei salari, cresciuti su base oraria di appena 6 centesimi (+0,2%). Insomma: per invertire la tendenza, è necessario che il serbatoio dei nuovi posti nella manifattura e nell'edilizia venga costantemente riempito nei prossimi mesi.

Per Trump è comunque già un successo. I dati di ieri sono giudicati «perfetti» da Gary Cohn, presidente del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca. «Un mese fa parlavamo di riportare posti di lavoro in Usa. Questo rapporto conferma quello che stiamo cercando di fare», ha aggiunto. Non senza poi far mancare una sottolineatura un po' minacciosa: «Quando si guarda al numero di Ceo che abbiamo incontrato, loro hanno promesso assunzioni in Usa che ancora non ci sono state». Un invito a darsi da fare.

Resta da capire come il tycoon digerirà un rialzo dei tassi che è altra benzina per il dollaro. Soprattutto se la politica monetaria della Fed e quella della Bce resteranno divaricate. Draghi, giovedì scorso, ha però fatto capire che l'era del denaro facile è al tramonto.

Sono infatti bastate ieri alcune voci rilanciate da Bloomberg, secondo cui Francoforte avrebbe discusso sui possibili margini per attuare una stretta prima di dicembre, cioè in anticipo rispetto alla fine del piano di acquisto titoli, per far balzare l'euro fino a 1,065 dollari. Per il mercato valutario sarà un 2017 interessante.

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