La finanza presa in contropiede

Ci sono cose che difficilmente vengono dette nonostante rappresentino nelle vicende economiche il segno dei tempi. L’ultimo esempio di questa informazione felpata e conformista è dato dai commenti sulla fusione Intesa-Sanpaolo. Un coro di consensi e di applausi per Giovanni Bazoli ed Enrico Salza, ma innanzitutto un inno alla nuova era di Mario Draghi alla Banca d’Italia. Non è così. È molto giusto l’apprezzamento per Giovanni Bazoli ed Enrico Salza, ma la loro «fulmineità» nell’assumere una decisione di quella portata, la rapidità con la quale i rispettivi consigli d’amministrazione l’hanno approvata e l’assenza, per il momento, di qualunque piano industriale sono la testimonianza che la fusione è innanzitutto la mossa a difesa dai probabilissimi attacchi che francesi e spagnoli si apprestavano a sferrare sui due istituti nel silenzio complice della Banca d’Italia. L’accordo tra Bazoli e Salza ha fatto saltare il tavolo, decidendo una fusione che poche settimane prima nessuno poteva prevedere. Attenti, però. La decisione di Bazoli e Salza è a tutela dell’italianità dinanzi alle modifiche delle regole varate da Mario Draghi. Uomo di grande professionalità, Draghi, appena insediatosi in via Nazionale, ha subito tolto il preventivo parere della Banca d’Italia sulle fusioni bancarie in nome della libertà del mercato. Dalla sera alla mattina, insomma, l’intero sistema bancario italiano è rimasto senza rete di protezione e molti istituti si sono improvvisamente ritrovati nello scomodo ruolo di preda dei grandi player internazionali. Di qui la rapidità della scelta di Bazoli e Salza che hanno preservato, così, l’italianità di un grosso polo bancario che diversamente avrebbe fatto la fine o della Bnl o dello stesso Unicredito-Hbb nel quale il maggiore azionista è il colosso tedesco Munich Re. Con quella scelta Intesa e Sanpaolo da possibili e appetitose prede sono entrati nel novero dei cacciatori. La filosofia di Draghi era ed è totalmente diversa. Non dimentichiamo, infatti, che Draghi, prima di arrivare in via Nazionale, era l’advisor degli spagnoli della Bbva per la conquista della Bnl data, poi, ai francesi di Bnp-Paribas proprio su sua pressione e in alternativa all’italiana Unipol. Il nuovo governatore, così come molti altri economisti in verità, ritiene l’italianità un residuo di un provincialismo finanziario decadente, mentre privilegia una internazionalizzazione della nostra economia quasi a senso unico, e cioè le aziende italiane possono crescere se acquistate o fuse dalla finanza internazionale. Famose sono state le sue battaglie da direttore generale del Tesoro contro la scalata di Colaninno alla Telecom e il suo sostegno all’ipotesi di Franco Bernabè di consegnare nelle mani della Deutsche Telekom la nostra azienda telefonica. Per non parlare del riservato sostegno agli olandesi dell’Abn Amro per le sue politiche espansive in Italia.
Circa un anno fa al giornalista economico Rory Watson che ci chiedeva a Bruxelles un giudizio sulla vicenda Antonveneta, spiegammo che la conquista della banca del Nord Est era per gli olandesi il primo passo per arrivare a Capitalia, nella quale già erano i primi azionisti con il 9 per cento. È di questi giorni la notizia che il presidente della Abn-Amro Groenink sta sfogliando la margherita (absit iniuria verbis) per decidere se confermare o meno il patto di sindacato in Capitalia. Già i piccoli azionisti della banca romana (Merloni, Angelucci, Toro, Pirelli) si sono dichiarati disponibili a vendere le proprie quote, incassando giustamente le plusvalenze maturate e l’unico acquirente su piazza, guarda caso, son proprio loro, gli olandesi dell’Abn Amro. L’obiettivo è la fusione successiva tra Capitalia e Antonveneta, disegno sostenuto da Guido Rossi, dalla Procura di Milano, da Cesare Geronzi e, sotto sotto, dall’allora vicepresidente della Goldman Sachs, Mario Draghi, e contro il quale si era schierato, invece, Antonio Fazio.


Adesso che i giochi stanno per compiersi, si capisce meglio la fretta con la quale Bazoli e Salza hanno deciso la fusione Intesa-Sanpaolo prendendo in contropiede la finanza internazionale. Hanno difeso così non un interesse provinciale, ma un valore nazionale, dando all’Italia un protagonista di qualità nel nuovo riassetto del sistema bancario europeo.

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