Galzerano e la lucida follia di (ri)costruirsi una vita

La malattia, la galera, il manicomio. Poi le sculture di ciottoli che creano un nuovo linguaggio artistico

Galzerano e la lucida follia di (ri)costruirsi una vita

Arrivo a giorno finito a Castelnuovo Cilento. Devo parlare di arte e follia. Mi aspettano molte persone nella Rocca del paese. Mi accoglie Carmen Galzerano e subito, insieme al padre, mi porta a vedere una costruzione sotto la torre, un giardino di pietre come un'invenzione fantastica che ricorda alcuni «lontani» in rovina di un pittore di Sestri Levante, Antonio Travi. Si tratta di proiezioni di un sogno in competizione e integrazione della Rocca, come uno spazio della mente che un artista imprevedibile e ossessionato, Guerino Galzerano, ha concepito, tra amore e dolore. Mi aggiro, muto e sorpreso, ricordando analoghe invenzioni, nate da fervide menti in una delle favelas di San Paolo del Brasile e anche alla periferia di Messina. Ma l'ordine della mente infuocata di Galzerano, nelle spericolate architetture verticali, richiama anche la Sagrada Familia di Gaudí, e arricchisce Castelnuovo del Cilento di una singolare, ebbra, condizione onirica.

Guerino Galzerano era nato il 2 maggio del 1922, nel borgo medievale di Castelnuovo. Quinto figlio di una famiglia di contadini, perde a quattro anni il padre. Durante la seconda guerra mondiale si ammala di tifo. Tornato dalla guerra, per miracolo, viene accusato nel 1949 di aver ucciso il cugino Emanuele. Ed è arrestato. La presunzione di colpevolezza è motivata dalla personalità inquietante e imprevedibile di Guerino che ai funerali del cugino è l'unico a non piangere: per questo il maresciallo dei carabinieri lo ritiene colpevole. Nel processo, nel 1952, è assolto. Si sposa con Teresa nel 1956, lavora alla fornace di mattone di Casalvelino Scalo, ma poi emigra in Germania. Tornato a Castelnuovo nel 1970, si procura un fucile, avventurosamente, e ferisce la madre del presunto amante della moglie. Non soddisfatto, raggiunge, in un campo dove lavorano dei braccianti, l'amica che ritiene responsabile di aver indotta la moglie all'adulterio, e le spara. Dopo qualche giorno di latitanza si costituisce al carcere di Vallo della Lucania. Sconterà la pena nel manicomio comunale di Aversa.

Nel giardino dell'istituto di pena inizia a elaborare le sue invenzioni: si tratta di sculture realizzate con ciottoli di mare in una stretta e densa tessitura. Afferma di avere maturato la tecnica in Germania. È ammirato per la sua fantasia. Scontata la pena, nel 1977 ritorna a Castelnuovo e ridisegna la sua casa, per troppo tempo chiusa e abbandonata. Essa è elegante nelle forme geometriche naturali, ed è protettiva come una fortezza: riveste di ciottoli la facciata esterna, sulla stretta via del borgo, impostando archi e disponendo vasi per le piante, mentre, all'interno, predispone mensole sulle pareti, sempre rivestite di ciottoli, il suo motivo firma. La sua impresa è convinta, ed egli la intende come un istinto vivo di creatività: per questo sceglie le piccole pietre dei fiumi e del mare, caricandosi sulle spalle sacchi di ciottoli per le sue necessità. Lo accompagna, nelle spedizioni, un asino. La casa è il primo presidio, un rifugio nel quale vive protetto tra i suoi fantasmi.

Subito dopo, si allarga: ed eccolo allora a realizzare il giardino sotto la torre, foderando le pareti delle mura con ciottoli, per creare spazi labirintici con sculture che rappresentano sedie, tavoli e attrezzi contadini. Sulla parete esterna del suo hortus conclusus applica una lastra di marmo con la scritta, di potente ottimismo, tanto più valida per il nostro tempo, tra vandalismi, incendi e distruzione: «Se bruciano il campo di grano riseminatelo, se distruggono la vostra casa ricostruitela». Nel 1982 questo artista senza tempo pensa alla morte, e si impone di vincerla con una fantasiosa, geniale elaborazione della sua cappella funeraria, imponendoci una potentissima visione individuale, nell'evidente contrasto con i loculi ordinati e geometrici delle tombe e delle cappelle del cimitero, in una triste uguaglianza nella morte. Galzerano scardina anche l'allineamento dei sentieri, invade gli spazi con una colata di sassi, inserisce lapidi con moniti e motti; architettura e scultura si confondono. È una cappella monumentale che ricorda una vita di dolore, guerra, prigionia, sofferenze interiori, di lotta e di lavoro. L'impronta della mano di Galzerano resta come firma, a fianco di tre lapidi. Nella prima si legge: «Il mio nome è Galzerano Guarino, nato a Chiusa dei Cerri, comune di Castelnuovo Cilento, il 2-5-1922, figlio di Giuseppe e di Vitale Maria. Qui finisce la legge degli uomini e inizia quella di Dio». Nella lapide al centro leggiamo: «Davanti a questa tomba di Galzerano Guarino siete pregati gentilmente, amici e parenti, di non mettere fiori né ceri. Ossequi e un ringraziamento a tutti voi». Nella terza lapide è scritto: «Ricordati, dove io ero tu sei, dove io sono tu sarai». Cercando di governare anche la morte, Galzerano si minaccia eterno.

Io l'ho inseguito in ogni luogo dove egli ha lasciato l'impronta del suo interminabile e interminato giardino, cercando di confondere i confini tra la vita e la morte, e creando abitazioni per le anime. Nella sua impresa umana, in una continua frenesia di costruire che non si ferma mai, inventa un suo giardino terrestre in Contrada Santa Caterina, poco lontano da Castelnuovo. Difficile da raggiungere, l'ho trovato in condizioni di assoluto degrado. L'impresa era vasta, come un'edilizia rinascimentale, con archi, porte, torre. Arrivano i ciottoli di Galzerano, e il castello si costruisce e si arreda con un grande arco di ingresso, sculture, colonne, nicchie, sedie e tavoli. È un'impresa dura per un uomo solo; ma Galzerano ha un metodo: insiste ogni giorno, non smette mai di costruire, prolunga la sua vita nell'opera e, dove ha lavorato muore solo, il 6 luglio 2002, proprio a Santa Caterina. Visitare oggi quei luoghi, a distanza di pochi anni dalla loro costruzione, determina una sensazione di esaltazione e di sgomento. Tutto è nato da un uomo solo e tutto rischia di morire con lui, nella distrazione e nella inanità degli uomini. Si cammina nella casa, nel giardino, nella tomba e fra le rovine di Santa Caterina, come in parchi archeologici o castelli medievali, tanto vicini quanto lontani da noi e dalla nostra vita.

Sono entrato nell'area di Santa Caterina scendendo un dirupo come chi visita un villaggio preistorico o un sito di una civiltà antica.

Non sono passati più di quindici anni, eppure sembrano quindici secoli. Si è allontanato Guerino, e sono rimaste le rovine. Il tempo della morte è più forte del tempo della vita.

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