Gli intellettuali della destra tra futurismo e tradizione

I modernisti che inneggiano a Vasco Rossi si oppongono all’ascesa di Alleanza cattolica. E Buttafuoco non ha ancora digerito lo «sdoganamento» di Popper

Vittorio Macioce

Sono stati sempre irregolari. A destra gli intellettuali non si sono mai definiti organici al partito. È per questo che è difficile trovarli. Se chiedi a qualcuno: «Sei un intellettuale di An?». La risposta quasi sempre è: «Non proprio». Ma questo accadeva anche prima, prima di Fiuggi. Per scovarli e capire chi sono devi farli litigare. Quando si accapigliano, su cose anche apparentemente futili, comprendi che dietro insulti e nequizie ci sono, ben definite, le anime intellettuali della destra. Per contare i cattolici, quelli da crociata, che sono in An ci volevano gli embrioni. Alessandro Campi, storico e politologo, racconta che dieci anni fa a Fiuggi gli intellettuali erano defilati. La nuova destra di Tarchi aveva già lasciato il partito qualche anno prima. Accame, Gianfranceschi, Blondet, Buscaroli erano scettici. «È così che in An trovarono spazio quelli di Alleanza cattolica. Sai chi sono?». «Più o meno». «Il punto di riferimento è Giovanni Cantoni. Ti faccio qualche nome che forse conosci, come Massimo Introvigne e Marco Respinti. Roberto de Mattei, uno del gruppo, è stato fino a poco tempo fa il consulente culturale di Fini». «Roberto de Mattei è quello di Lepanto». «Sì, il nome ti spiega molte cose». «Ovest contro Est. Ma quando si è allontanato da Fini?». «Quando Gianfranco ha detto di essere favorevole all’ingresso della Turchia in Europa». «Capisco». La politica teo-con di Alemanno forse nasce da qui. Quando gli uomini di Alleanza cattolica si sono allontanati da Fini, tra questi Mantovano, hanno fatto sponda con gli intellettuali storici della vecchia destra. Il padre putativo di Area,la rivista della destra sociale, è ancora Giano Accame.
L’universo culturale di An è sempre in bilico tra il vecchio e il nuovo. Ci sono punti saldi, archetipi intoccabili, e amori improvvisi. Pochi ricordano che qualche anno fa chiesero a Fini di indicare un nume tutelare della cultura di An. La risposta fu Popper. E tutto il partito, organici e non organici, pensò: «Ma che c’entra». Un futurista siciliano, fascista estetico, come Buttafuoco starà ancora lanciando santini di virilissimo sdegno. Almeno qui i liberali lasciateli fuori. Direbbe. La storia della destra ha due soli cavalieri: futuristi e tradizionalisti. Il resto sono sfumature.
Prende un fascio di fotocopie, articoli di giornale. Le guarda e dice: «Prendi. Se vuoi capire chi sono e cosa fanno gli intellettuali di An parti da qui». È un vecchio scriba della destra. Un uomo senza nome, uno che era da quelle parti fin dai tempi di Armando Plebe, filosofo marxista chiamato da Almirante a fare cultura. C’è un articolo del Secolo d’Italia. La firma è di Filippo Rossi, autore con Luciano Lanna di «Fascisti immaginari», saggio che ha rimescolato l’orizzonte post missino. Al centro della pagina c’è una grande foto di Vasco Rossi e un titolo: «Blasco, uno di noi». Filippo Rossi parla di Un senso, ultima traccia dell’ultimo album di Vasco, e dice: «Un pensiero nietzscheano doc». La spiegazione è questa: «C’è un’affinità esistenziale, una sintonia filosofica ed estetica tra una certa destra giovanile e Blasco: libertarismo, giovanilismo, l’individualismo dell’antieroe novecentesco, l’avversione al moralismo bacchettone». Questo è Il Secolo di Flavia Perina ed è quella parte di An che forse in America chiamerebbero Avant-Pop, ricetta multiculturale che ha il fascino del futurismo popolare.
L’altra fotocopia è un fondo di Marcello Veneziani. Libero risponde a Il Secolo: «Il messaggio di Vasco è tutt’altro che non conformista e trasgressivo. È esattamente ciò che ci proponiamo ogni giorno gli spiriti animali della nostra epoca, dalla pubblicità ai feticci del consumo, dal divismo al pensiero debole. Oggi l’unica vera trasgressione è la tradizione». Vecchio discorso. Veneziani a Vasco preferisce Battiato, con lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco. E riporta nel pantheon della destra Drieu la Rochelle e Jünger, Evola e Zolla, Mishima e Céline.
Due modi di dire An. Veneziani è controra, pomeriggi di sole nei vicoli meridionali, pennichelle e zanzariere. Veneziani è il pane fatto in casa. È la nostalgia per il mondo non tecnologico, non consumistico, senza masse, senza veline. Veneziani, quando guarda a sinistra, vede Pasolini e con lui piange le notti senza lucciole. Nelle giornate di Veneziani il Pop è una macchia di gelato al puffo sul vestito della domenica. Nei corridoi del Secolo (e un po’ in quelli dell’Indipendente di Gennaro Malgieri, basta leggere i pezzi di Riccardo Paradisi), sulle pagine di cultura con le firme di Lanna, Filippo Rossi, ma anche Gloria Sabatini e Angelo Mellone, neppure il colore azzurrognolo dei puffi è un tabù. L’estetica dei «fascisti immaginari» mescola Charles Bukowski e Lando Buzzanca, Patty Pravo e Padre Pio, Willy il Coyote e Carmelo Bene, Craxi e i ciellini, Don Backy e Houellebecq, Gaber e Corto Maltese, Tex Willer e De Andrè. È la dichiarazione d’amore che il sociologo bolognese Ivo Germano dedica alla bellezza plastica di Barbie, confermando così le tesi di Mario Perniola sul sex appeal dell’inorganico. Filippo Rossi dice che tutto questo è anche una questione generazionale.

Erano adolescenti negli anni ’80, proprio al termine della notte ideologica. Sono figli del disincanto. «Il nostro fascismo giovanile - dice Rossi - aveva già abolito la nostalgia». Anche quella di Pasolini.
(3. fine)

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