Spending review, via alla razionalizzazione dei farmaci

In Italia continuano a chiudere i centri di ricerca delle aziende farmaceutiche, nonostante i ricercatori siano molto produttivi. Il presidente della Società italiana di farmacologia Pier Luigi Canonico lancia l'allarme: "Con le misure della spending review ci sarà una razionalizzazione dei farmaci e un aumento delle malattie"

Roma - «In Italia continuano a chiudere i centri di ricerca delle aziende farmaceutiche, nonostante i nostri ricercatori siano molto produttivi. Basti pensare che nel settore delle neuroscienze il nostro Paese è terzo nel mondo per pubblicazioni scientifiche. Purtroppo, è poco attraente per le industrie e con le misure della spending review ci sarà una razionalizzazione dei farmaci e un aumento delle malattie. Le aziende farmaceutiche, vendendo meno, genereranno minori entrate fiscali e lo Stato incasserà meno soldi».
L’allarme viene da Pier Luigi Canonico, presidente della Società italiana di farmacologia. Parla con preoccupazione delle conseguenze degli ultimi tagli al settore, che si aggiungono alla mancanza di incentivi fiscali . «Sono almeno 3 i centri di ricerca chiusi negli ultimi tempi - spiega - e in 4 anni si sono persi 11mila posti di lavoro nelle aziende farmaceutiche. Per Farmindustria, con i provvedimenti della spending review sono a rischio altri 10mila».
Il risultato è che troppe multinazionali farmaceutiche sono in fuga dall’Italia. E i crediti che vantano sono arrivati alla cifra enorme di 4 miliardi di euro. Così, chiude il centro di ricerche della società francese Sanofi a Milano, come quello di Verona dell’americana Glaxo e l'elenco è lungo: dal polo di ricerca scientifica IRBM di Pomezia dell’americana Merck a quello di Catania della Pzifer.
Andrea Fagiolini, direttore del dipartimento di salute mentale dell’Università di Siena, ha fatto per 10 anni ricerca negli Usa, a Pittsburg. «Appena iniziata la crisi-racconta- negli Usa si è deciso di raddoppiare i fondi per la ricerca. La nostra più grande ricchezza può essere l’inventiva, ma in Italia ancora non si è capito che non c’è via d’uscita se non si investe sulle menti brillanti, sulla ricerca e sui brevetti».
Canonico e Fagiolini hanno appena tenuto a battesimo, in Gran Bretagna, il nuovo centro di ricerca della società farmaceutica americana Lilly a Erl Wood, vicino Londra, con avveniristici laboratori di biologia e di chimica per scoprire nuovi farmaci contro le malattie mentali, dall’Alzheimer al Parkinson alla schizofrenia. Per un altro nuovo centro è stata scelta la Cina e nei laboratori di Shangai si cercheranno farmaci per combattere soprattutto il diabete.
Perchè non l’Italia, dove la società ha a Sesto Fiorentino il più grande stabilimento di produzione di farmaci biotech del nostro Paese? Risponde Maurizio Guidi, direttore Affari istituzionali della Lilly per l’Italia: «Non ci sembra giusto che nella spending review un settore che pesa per il 15 per cento come quello farmaceutico debba subire tagli del 40 per cento». E Andrew Hotchkiss, presidente per l’Europa, aggiunge: « La nostra società risponde alla crisi con un aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo: nel 2011 è stato di 5 miliardi di dollari, il 21 per cento del fatturato, con un aumento del 3 per cento rispetto al 2010. Ma per investire in Italia abbiamo bisogno di stabilità e regole certe. Il ministro Passera ha detto recentemente che il settore è strategico per l’economia nazionale, eppure è stato pesantemente colpito dai tagli».
Canonico spiega che tanti mercati stranieri oggi attraggono molto di più di quello italiano, dal punto di vista commerciale .

«Da noi - dice - l’incertezza politica, con le continue manovre e il cambiamento delle regole, pesano negativamente ed impediscono una programmazione di almeno 5 anni. Inoltre, ci sono le difficoltà e i ritardi nelle autorizzazioni di nuovi farmaci in commercio, i tempi lunghi nei pagamenti, la frammentazione nelle Regioni che moltiplica le procedure».

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