L’avarizia di Genova

Genova è una città bellissima e non conosciuta quanto meriterebbe. Anche dopo i grandi festeggiamenti del 2004 quando fu eletta Capitale europea della Cultura. Ma è una città pericolosa per chi abbia avuto l'avventura di nascervi. Gli potrebbe toccare il destino più terribile ed eroico e la città gli potrebbe voltare le spalle. Per insensibilità, per la proverbiale avarizia, per indifferenza. Per assenza di ragione e di passione. È accaduto a Fabrizio Quattrocchi. Il Consiglio comunale di Genova, nella sua variegata composizione a maggioranza di sinistra, ha votato per negargli, dopo il martirio, il ricordo del suo nome in una strada. La cosa appare tanto più sorprendente perché contemporaneamente il sindaco della città di Roma Walter Veltroni, sostenuto da una maggioranza di centrosinistra, non diversamente dal sindaco socialista di Genova, ha invece deliberato e ottenuto l'approvazione per dedicare a Fabrizio Quattrocchi una strada nella città di Roma. Non quindi ragioni politiche, ma di verità e opportunità e di buonsenso, hanno consigliato a Veltroni di onorare quello che a buon diritto si può considerare un martire cristiano. A Genova, forse, prevale la considerazione che egli non militava a sinistra e che l'ultimo eroe è Carlo Giuliani, ucciso durante le giornate del G8 dal piombo dei militari di Stato. Quattrocchi non va bene. E non vale il suo destino non solo di martire civile, ucciso senza potersi difendere rivendicando l'orgoglio di essere italiano, ma anche la sconvolgente sua identità di martire cristiano ucciso perché di religione diversa da un commando di terroristi islamici. A vedere le immagini della morte non possono non tornare alla memoria i dipinti e le sculture della tradizione cristiana in cui il santo è in ginocchio davanti ai suoi carnefici, e in quel momento coglie la palma della sua santità. Buona cosa sarebbe che egli fosse beatificato dalla chiesa mentre la sua città gli nega il nome in una strada. Indignazione e rabbia provoca la scelta dell'Amministrazione comunale di Genova perché niente come i valori simbolici meritano di essere ricordati come esempio e monito per chi sopravvive. A chi dedicare altrimenti una strada? Inutile compiere atti eroici, inutile coltivare una visione eroica della vita, inutile cadere perché si è identificati con una religione: c'è da augurarsi che questa indifferenza sia soltanto a Genova. Io sono nato a Ferrara. E sono rimasto colpito dall'atteggiamento di una città irriconoscente perché, neppure aiutato dal destino come Quattrocchi, ma per scelta temeraria, ho rischiato di morire violando l'embargo dell'Irak. Con un piccolo aereo insieme a Padre Benjamin e a Nicola Grauso, passato il confine tra la Giordania e l'Irak, a testimoniare la nostra solidarietà al popolo iracheno stretto tra un dittatore e le restrizioni imposte, attraverso l'embargo, dagli Stati Uniti. Le restrizioni alimentari, sanitarie, industriali. In quella circostanza fummo inseguiti da due caccia dell'aeronautica militare americana, e sotto il fuoco americano potevamo cadere. In quei momenti abbiamo temuto di essere abbattuti, invece fummo fatti atterrare e ci sequestrarono l'aereo. Siamo ritornati e possiamo raccontarlo.

Ma se ci avessero colpito, e il nostro gesto fosse stato ricordato nonostante l'incoscienza che ci spinse, la nostra consolazione nell'aldilà sarebbe stata di non essere genovesi, perché non avremmo meritato neppure la consolazione del ricordo. Ora sono vivo a raccontarlo; ma non dispero, non essendo genovese, di avere un giorno il mio nome in una strada.

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