La Procura insiste su Fontana. Ricorso contro l'assoluzione

Caso camici: i pm non si rassegnano alla decisione del gup e ora fanno appello per ottenere il processo

La Procura insiste su Fontana. Ricorso contro l'assoluzione

Niente da fare, una assoluzione non basta. Se Attilio Fontana deciderà, come appare probabile, di ricandidarsi alla presidenza della Regione Lombardia, rischia di dover affrontare la campagna elettorale con ancora la spada di un processo sulla testa. La decisione del giudice Chiara Valori, che il 13 maggio aveva assolto il governatore per la vicenda di camici antiCovid offerti alla Regione da suo cognato Andrea Dini, sembrava aver chiuso i patemi giudiziari. Invece ieri il procuratore aggiunto della Repubblica, Maurizio Romanelli ha siglato insieme ai suoi pm il ricorso contro il proscioglimento di Fontana. La Procura insiste per portare il presidente della Regione sul banco degli imputati. E solo dai tempi imprevedibili della decisione della Corte d'appello dipenderà se lo scontro tra centrodestra e centrosinistra per la conquista di Palazzo Lombardia avverrà col terzo incomodo costituito dalla incursione giudiziaria.

La Procura motiva il suo ricorso contro Fontana con motivazioni tutte giuridiche, affrontando il tema - piuttosto ostico - del contratto che Dama srl, la società di Andrea e Roberta Dini, aveva offerto alla Regione: contratto nato prima come proposta di vendita e poi, per evitare l'ombra del conflitto di interessi, trasformato in donazione. Ma due fatti restano incontrovertibili. Il primo è che la Regione alla fine non ha subito alcun danno. Lo scrive per due volte il giudice Valori nella sentenza che proscioglie Fontana, parlando di «assenza di danno per la pubblica amministrazione e anzi di un vero e proprio vantaggio», e - poche pagine dopo - di «indubbio vantaggio economico per la pubblica amministrazione». L'unico a rimetterci dei soldi poteva essere Fontana che cercò, senza riuscirci, di mandare di tasca sua dei soldi a Dini per risarcirlo del mancato introito. Il tutto avvenne «senza nessun inganno della controparte». Morale della favola: «difetta in toto», cioè manca del tutto, la prova di un inadempimento contrattuale.

L'altro dato di fatto è che la stessa Procura era così poco convinta della consistenza delle accuse da meditare di chiedere essa stessa l'archiviazione, salvo ripensarci e andare a sbattere contro la sentenza del gup Valori. Ma i pm adesso appaiono così convinti del fatto loro da insistere per il rinvio a giudizio di Fontana, di Dini e dei tre funzionari regionali finiti sotto inchiesta insieme a loro. Il ricorso depositato ieri sposta la pratica nelle mani della Corte d'appello. Appena dall'ufficio del giudice Valori l'intero fascicolo verrà trasferito alla Corte verrà designata la sezione chiamata ad occuparsene. Sarà verosimilmente la seconda sezione, specializzata in reati contro la pubblica amministrazione, presieduta dal giudice Enrico Manzi. Il problema è che la sezione è da tempo sotto organico, costretta a fare i salti mortali per stare dietro a processi complessi come quello al Monte dei Paschi di Siena. Il ricorso della Procura per processare Fontana potrebbe essere discusso velocemente, nel corso di una unica udienza in camera di consiglio, che andrebbe comunque preparata accuratamente. Quasi da escludere che possa essere fissata prima delle vacanze, l'obiettivo è trovare uno spazio libero nella ripresa autunnale. Altrimenti si rischia di andare al nuovo anno, e a quel punto la campagna elettorale incombe.

«Non sono assolutamente sorpreso del ricorso della Procura - dice Fontana (che ieri nell'incontro casuale al Salone del mobile con Giorgia Meloni avrà forse parlato di ricandidatura) - va benissimo, non ci sono problemi. Come ero sereno prima sono sereno adesso».

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