Ristoratori, ambulanti e boutique della moda: il grido delle imprese che rischiano di morire

Il presidente delle griffe di Montenapoleone: "Pochi clienti, fateci aprire come i barbieri". L'Unione artigiani minaccia ricorso: "Se non lavorano gli estetisti lo faranno gli abusivi"

Ristoratori, ambulanti e boutique della moda: il grido delle imprese che rischiano di morire

Alle tre del pomeriggio ieri chi stava tirando giù la serranda del ristorante dopo pranzo si preparava al peggio. Zona arancione o rossa, il Dpcm prevedeva in entrambi i casi la chiusura di bar e locali 7 giorni su 7, asporto consentito fino alle 22, consegna a domicilio senza restrizioni. «Il dubbio - faceva presente già a quell'ora Alfredo Zini, presidente del Club imprese storiche di Confcommercio e titolare del ristorante Al Tronco oltre che promotore di manifestazioni a tutela dei ristoratori da inizio pandemia - è se le restrizioni partiranno già da domani (oggi, ndr.) o dopo. Mi stanno chiamando tanti colleghi, è assurdo non saperlo ancora alle ore 15, non è questione di poco conto, dobbiamo conservare la merce o regalarla? Dobbiamo fare le ordinazioni per domani? E bisogna avvisare i dipendenti, attivare le procedure per la cassa integrazione». Un'incertezza che con le ore si è trasformata in rabbia contro il governo. Perchè persino il rinvio della «zona rossa» a domani, deciso quasi in serata, rischierà di far perdere un giorno utile di lavoro ai tanti locali che ormai rassegnati al lockdown non hanno fatto rifornimento per questa mattina. Zini è stato tra i sostenitori di un lockdown subito per «salvare il Natale» piuttosto del coprifuoco dalle 18 ancora in vigore. «Ha costretto a lavorare per pochi coperti, tanti da inizio settimana hanno già chiuso una volta esaurita la spesa. Anche l'asporto a molti non conviene, per di più il Dpcm anticipa lo stop alle 22. Ma bisogna iniziare a programmare a media e lunga scadenza, siamo preoccupati che si continui con misure stop and go, e vogliamo garanzie sui ristori».

L'Ufficio Studi di Confcommercio ha stimato una perdita di 1,7 miliardi (il 9% del fatturato) nel caso di zona rossa fino al 3 dicembre dei 49.059 esercizi commerciali e di somministrazione a Milano e nell'area metropolitana. In tutta la Lombardia la cifra salirebbe a 3,8 miliardi. La protesta è larga. Il presidente di Montenapoleone District Gugliemo Miani parla a nome di oltre 130 brand del lusso e gli hotel a 5 stelle attivi nelle vie del Quadrilatero della moda e sull'«area rossa» che impone la chiusura dei negozi esprime «disappunto, dubbi sui potenziali benefici» e «molta preoccupazione sull'impatto che potranno causare. Da inizio pandemia gli associati hanno adottato piani specifici e realizzato investimenti concreti per la prevenzione e salvaguardia di consumatori e addetti, oltre al contingentamento di ingressi e turni di lavoro flessibile che hanno ridotto significativamente il traffico nel Quadrilatero, un'area che già opera in orari non considerati di punta». Considerati «il numero ristretto di ingressi giornalieri e la limitata permanenza, ritengo sia importante continuare a garantire l'apertura di negozi e punti di ristoro per preservare una normalità, come concesso agli operatori dei servizi alla persona». Nelle zone a più alto rischio il Dpcm terrà chiuse le boutique e aperti i parrucchieri. Il presidente di FederModa Milano Renato Borghi rincara: «Il settore è in grave crisi, 12mila negozi in Lombardia hanno subito un drastico calo delle vendite, oltre il 50%. Senza turisti e con la gente in smart working i negozi hanno solo contratto debiti. I negozi di moda vivono di collezioni stagionali, ordinate anche 8 mesi prima dell'arrivo in store, hanno investito centinaia di migliaia di euro in merce che a questo punto, e con ogni probabilità, resterà ferma. Chiediamo a gran voce contributi congrui e tempestivi». Stima una perdita di oltre 3,7 miliardi entro fine anno per i negozi di abbigliamento milanesi, e rischiano di chiusura 350/400 punti su 2.500.

Marco Accornero per l'Unione Artigiani invece ha già attivato l'ufficio legale e si riserva «ogni azione a tutela dei centri estetici, la chiusura è inaccettabile a fronte degli impegni profusi dalle attività per ottemperare ai protocolli di salute e sicurezza, hanno fatto ingenti investimenti. E così rischia di esplodere l'esercizio abusivo a domicilio». Contro lo stop ai mercati non alimentari gli ambulanti hanno promosso già ieri un presidio sotto il Pirellone.

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