Il rugby tra le sbarre che rende «liberi» i ragazzi del Beccaria

Compie già dieci anni il progetto «Freedom» dell'As Milano, il club nato nel lontano 1945

Giacomo Iacomino

Ragazzi che già dopo due allenamenti sognano di diventare arbitri. Che per la prima volta nella loro vita si sentono parte di un gruppo, perché nessuno prima d'ora aveva detto loro: «Bravo, bel passaggio». Ragazzi incapaci di lasciare la propria cella, anche per sei mesi. E che poi finalmente trovano il coraggio di uscire in cortile, ma solo per buttarsi nella mischia assieme ai volontari dell'As Rugby Milano, che da dieci anni, una volta a settimana, con il sole, la neve o la pioggia, si fanno trovare lì, sempre, giù al campo dell'Istituto penale minorile Cesare Beccaria a totale disposizione dei giovani detenuti.

Il percorso di «ovalizzazione» delle carceri continua, e le dieci candeline del progetto «Freedom Rugby» raccontano una storia di coraggio, riscatto e lealtà sportiva. Dal 1997 i tesserati dell'As Rugby Milano, club nato nel 1945 e che oggi conta 750 iscritti, insegnano ai ragazzi detenuti la pratica di un gioco di squadra che è anche sport di combattimento, basato sulla gestione dell'aggressività e su un sistema di regole tecniche ed etiche. «Questi ragazzi hanno ricevuto poco o niente dalla vita. Per loro, scoprire che c'è chi è disposto a prendersi un pestone o un placcaggio per farti andare avanti, è un insegnamento che può cambiarli» ha spiegato Giorgio Terruzzi, giornalista Mediaset e consigliere della società ieri mattina alla conferenza stampa di presentazione, a Milano.

Freedom Rugby è anche il nome della squadra del carcere minorile Beccaria. Se lo sono scelti i detenuti, chiaro riferimento alla libertà che non hanno più. Anche lo stemma nasce da una loro idea, tre colombe legate a una corda mentre cercano di uscire da una finestra. «Quando dico a mio figlio che il mio lavoro è fare politica nello sport, mi chiede sempre cosa significa - ha detto Demetrio Albertini, ex giocatore del Milan, anche lui presente alla conferenza -. Credo che questo progetto sia la miglior risposta possibile alla sua domanda». Con lui anche Elvira Narducci, responsabile dell'area educativa del Ipm Beccaria, che ha sottolineato il valore di allenarsi insieme: «Il rugby è uno sport dove i passaggi si sviluppano in orizzontale, si corre uno accanto all'altro e non c'è messaggio migliore per i ragazzi». Parole di ringraziamento anche da parte dell'assessore Antonio Rossi: «Lo sport non è solo il metodo più educativo che ci sia - ha detto - ma in certi casi, se praticato in maniera preventiva, può anche togliere i ragazzi dalla strada della delinquenza». Sono una ventina i volontari a rotazione tra allenatori, educatori e giocatori del Rugby Milano che si alternano nel progetto. Una quindicina circa, i detenuti che vi prendono parte. «Sono ragazzi che davvero non hanno niente, basta una pacca sulla spalla, o un semplice: Dai, hai sbagliato ma la prossima volta andrà meglio per farli sentire parte di qualcosa» hanno aggiunto Filippo Bertelli e Giovanni Tanca, responsabili del progetto Freedom Rugby. Il momento più bello? Probabilmente la visita degli All Blacks, un paio di anni dopo l'inizio di questa avventura.

Con un aneddoto raccontato da Giorgio Terruzzi: «Stavano giocando una partita a squadre miste e un ragazzo dell'Istituto si rivolse a un neozelandese dicendo: ehi tu, devi stare più indietro! La cosa meravigliosa fu che il giocatore obbedì. Il rugby è così: ci rende tutti uguali».

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