Mogol: "Ecco il brano inedito con Lucio Battisti Parlava già di immigrati, ma restò nel cassetto"

Il testo era destinato all’album Una giornata uggiosa (VIDEO INEDITO) ma rimase nel cassetto. L'autore: "È una canzone sui valori della famiglia. La tenemmo per il disco successivo, che mai ci fu". La vedova Battisti non ha mai voluto pubblicare la musica. Mogol depositerà il testo: leggi

Mogol: "Ecco il brano inedito con Lucio Battisti  Parlava già di immigrati, ma restò nel cassetto"

nostro inviato ad Aosta

Si ferma un po’, ci pensa su: «Questo è di sicuro l’inedito più importante tra quelli che ho scritto con Lucio Battisti». Una rivelazione. Mogol si illumina. Dopo trent’anni ha deciso di consegnarlo ufficialmente alla storia della nostra canzone d’autore: «Voglio depositarne il testo alla Siae», annuncia (lo pubblichiamo qui a fianco). L’inedito si intitola Il paradiso non è qui, sembra scritto l’altro giorno e un emozionato Ron l’ha interpretato qui ieri sera durante il Premio Mogol. Un brano sugli italiani quand’erano emigranti, con un paio di versi che sono un urlo disperato e lontano: «Cosa ho fatto Mari, ho paura di averti perso, scrivi per carità». Quando la cantò nell’unico provino rimasto (c’è anche in rete), Battisti aveva la voce incrinata. Ma da allora su questa canzone c’è solo nebbia, molte supposizioni (avrebbe potuto cantarlo anche Bruno Lauzi) e nessuna certezza. Il paradiso non è qui non è mai stato inciso, anche se è stato lì lì per finire nell’ultimo album che il più importante autore della musica popolare italiana ha scritto con Battisti, Una giornata uggiosa. Invece niente, tutto sfumò all’ultimo e peccato: avrebbe potuto essere un grande successo ed è diventato soltanto un grande mistero.

Caro Mogol, che cosa accadde esattamente?
«Dopo aver ascoltato la musica di Lucio, avevo scritto questo testo. Facevo sempre così: prima la sua musica e poi le mie parole. E a lui era piaciuto molto ciò che avevo scritto. Pensava di inserirlo nell’album Una giornata uggiosa».

Poi però non lo incise.
«Mi disse che c’erano già troppe canzoni in scaletta e che l’avremmo tenuto per l’album successivo. Ma quello fu il nostro ultimo disco insieme».

Non ne avete più parlato?
«Mai più. E la moglie di Battisti, che è l’erede, non ha mai pubblicato la musica».

Mogol vuole fare un appello?
«Assolutamente no, sarebbe del tutto inutile. Oltretutto non la vedo da quasi vent’anni».

Quindi?
«Credo che depositerò il testo, che è mio e quindi posso farlo. Chiederò consiglio alla Siae».

Battisti cosa ne penserebbe?
«Penso che sarebbe d’accordo. Ma è una mia libera interpretazione».

Lei potrebbe però dare il testo a qualche altro interprete.
«Non lo farei mai, sarebbe una speculazione. Ho scritto quelle parole per quella musica, non per altre. Oltretutto è una musica bellissima, con radici etniche. Ma se l’erede di chi l’ha composta non la deposita… È una sua scelta».

Il paradiso non è qui è la storia di un emigrante in un paese di lingua inglese dove il vino costa caro e le donne sono senza memoria. Ha perso la sua terra. E ha paura di perdere anche il suo amore.
«Sente più vicino le tradizioni, la famiglia e capisce che la migrazione è stata un sacrificio troppo grande».

Oggi l’emigrazione è di clamorosa attualità.
«Ma la situazione è totalmente opposta rispetto a quando ho scritto quel testo. Il “mio” emigrante sta male dov’è e vuole ritornare nella sua patria. Gli emigranti di oggi sognano di non farlo e non mi pare che, in linea di massima, si trovino così male qui in Occidente».

Occhio, è un tema delicato.
«Dovremmo aprire le nostre porte solo quando siamo in grado di offrire lavoro, sicurezza e sanità. È ovvio che se l’immigrato non trova un impiego, rischia di andare fuori legge. Forse dovremmo favorire gli investimenti, e quindi l’occupazione, nei loro paesi d’origine».

Corsi e ricorsi. Quarant’anni fa le Mogol Battisti erano spesso stroncate. La critica esaltava altri brani, spesso politicizzati, che però ormai il pubblico ha quasi dimenticato. Invece oggi anche i bambini canticchiano le vostre canzoni.
«Abbiamo subito pressioni fortissime. Diciamo che allora andava di moda fare canzoni politiche».

Chi non le faceva, non faceva cultura.
«Ma il mondo è sempre stato pieno di imbecilli colti».

Ma perché non avete seguito la moda?
«Semplicemente perché non volevamo fare canzoni speculative».

Sono quelle che non resistono al tempo che passa.
«Allora se eri neutrale venivi considerato un qualunquista».

Peggio, vi consideravano di destra, persino fascisti.
«Spesso la gente comprava i nostri dischi e chiedeva un sacchetto doppio per non far capire per strada che erano di Battisti».



Roba da matti. Però tanto vi ascoltavano tutti, anche gli estremisti.
«Nel covo delle Brigate Rosse di via Gradoli hanno trovato la collezione completa delle nostre canzoni. Solo le nostre, mica quelle di altri».

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