C'è un Paese che ha detto "no" all'Unione europea della Merkel

Il governo di Reykjavik ritira la candidatura di adesione all’Ue: "Gli interessi dell’Islanda sono serviti meglio fuori dall’Unione Europea"

C'è un Paese che ha detto "no" all'Unione europea della Merkel

C'è un Paese che ha avuto la forza di dire "no" all'Unione europea, che ha preferito non finire nell'abbraccio mortale dell'euro, che si è tenuto alla larga da Angela Merkel e dagli altri tecnocrati di Bruxelles. È l'Islanda che ieri ha deciso di rinunciare alla candidatura di adesione all’Ue. Una porta sbattuta che nei palazzi dell'Eurozona non ha fatto troppo rumore: dopo un primo momento di sbigottimento, le autorità europee si sono ricomposte.

"La porta resta sempre aperta", ha detto dopo qualche ora di silenzio, Maja Kocijancic, portavoce del servizio diplomatico della Ue concedendo che "è una prerogativa del governo islandese prendere decisioni libere e sovrane su come proseguire le sue relazioni con la Ue". E, per rafforzare il concetto, si è fatta aiutare dai regolamenti: "Se decidono formalmente di ritirare la domanda devono farlo al Consiglio dell’Ue che dovrà prendere le decisioni necessari". "Gli interessi dell’Islanda sono serviti meglio fuori dall’Unione Europea - ha spiegato il ministero degli Esteri di Reykjavik - l’Islanda non è più un paese candidato e chiede alla Ue di agire di conseguenza".

La mossa non era del tutto inattesa: già a gennaio il premier, Sigmundur Gunnlaugsson, aveva annunciato che sarebbe stata bloccata la domanda di adesione, avendo già fatto la stessa cosa sui negoziati all’indomani della sua elezione. Le consultazioni del 2013 hanno sancito la vittoria degli euroscettici e il governo di centro destra salito al potere si era impegnato a mettere fine al processo di adesione cominciato nel 2009 dalla sinistra allora al governo. Partito Progressista e Partito Indipendentista hanno quindi impresso la loro direzione: influenzati dalla questione delle quote pesca, dalla visione contro l'euro e da una serie di circostanze economiche che hanno portato a mesi di crisi (il fallimento del 2008 della banca Icesave ad esempio) hanno deciso di sbarrare la porta verso Bruxelles. Membro del Consiglio dell’Artico l’isola ha sempre fieramente tutelato la sua indipendenza e il benessere dei suoi 320 mila abitanti, ma negli ultimi anni ha dovuto affrontare un segno di passo: oggi il suo pil è inferiore a quello del 2008 e i suoi giovani cominciano a partire per l’estero. Nel frattempo, secondo un commento del francese Le Monde, la Ue ha perso il suo potere di attrazione, e per di più la questione delle quote pesca (la risorsa principale dell’isola) che la Commissione europea aveva imposto ha ulteriormente convinto gli euroscettici islandesi di non aver più bisogno dell’Europa.

A Bruxelles comunque non si stracciano le vesti e ricordano che Reykjiavik "resta un partner importante attraverso la partecipazione all’Area economica europea, all’area di Schengen e alla cooperazione sulle questioni legate all’Artico".

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