Netanyahu: "La guerra è necessaria"

Il premier israeliano gela il segretario Usa Kerry, che aveva detto: "Gerusalemme ci chiede aiuto per la tregua"

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa
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È tutto un balletto di dichiarazioni e smentite, di voci e telefonate che si inseguono, poi si rinnegano, attorno al nodo della tregua che non viene sciolto.

Ieri, dopo che le ultime ventiquattr'ore hanno segnato il massimo storico della violenza a Gaza dall'inizio dell'operazione di terra, lo scorso 8 luglio, da parte di Israele, il segretario di Stato John Kerry ha riferito di una telefonata con Netanyahu in cui questi avrebbe «chiesto aiuto agli Stati Uniti per il raggiungimento di un cessate il fuoco che consenta di smantellare i tunnel». Forse era un modo per riallacciare i rapporti tra i due Paesi, tradizionalmente amici ma piuttosto in freddo dopo le accuse di Gerusalemme nei confronti di Barack Obama e dello stesso Kerry: il primo aveva chiesto a Israele un cessate il fuoco «senza condizioni», del secondo non era piaciuta la proposta di tregua. Ma lo staff del premier israeliano ha subito fatto sapere che «è stato Kerry a sollevare l'opzione di un cessate il fuoco con Netanyahu, non il contrario», e che «Netanyahu ha detto a Kerry che attualmente il proseguimento dell'operazione delle forze armate è necessario per proteggere i cittadini israeliani e neutralizzare i tunnel usati dai terroristi».

Uno spiraglio pareva si fosse aperto nel primo pomeriggio di ieri, quando una fonte militare israeliana aveva parlato di «raggiungimento degli obiettivi che ci erano stati affidati all'inizio della campagna», aggiungendo che sarebbe toccato alla «leadership politica decidere se andare avanti o ritirarsi». E infatti la leadership ha deciso, Netanyahu ha spiegato che l'operazione andrà avanti, il ministro dell'economia Naftali Beni ha dichiarato che finirà solo con una «vittoria decisiva».

La possibilità di un cessate il fuoco è stata smentita anche dall'altra parte: nel primo pomeriggio di ieri sembrava che l'Autorità nazionale palestinese e Hamas fossero pronti a uno stop umanitario di 24 ore. Alcuni media avevano attribuito la dichiarazione a Yasser Abed Rabbo, membro del comitato esecutivo dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ma Hamas ha smentito poco dopo.

L'unica cosa che resta costante è la violenza: la Striscia di Gaza è ormai un inferno. Raid sulla televisione e sulla radio di Hamas, sulla casa di Ismail Haniyeh, uno dei leader del movimento terrorista palestinese, ma anche sulla parrocchia cattolica della Sacra Famiglia a Gaza e sull'unica centrale elettrica della città, dove i contenitori di combustibile ieri pomeriggio hanno continuato a bruciare per ore.

Dopo 21 giorni dall'inizio dell'operazione di terra da parte di Israele il bilancio dei civili palestinesi uccisi ha superato i 1100, 26 solo nella notte tra lunedì e martedì. L'Unicef denuncia che 166 di loro siano bambini al di sotto dei 12 anni.

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