Piano sempre meno forte. Vendite in calo ovunque

Lo strumento piace meno e ora crolla anche nel mercato cinese. Ed è pure un problema culturale

Piano sempre meno forte. Vendite in calo ovunque

Anche la Speranza, ultima Dea, abbandona il mercato-ancora. Quello cinese: 60 milioni di studenti di pianoforte e 300 mila strumenti acquistati annualmente dal 2003 al 2019, mercato numero uno dello Steinway & Sons, l’imperatore dei pianoforti; per inciso, i nostri Fazioli sono un lusso, come lo sono le bollicine Franciacorta, però lo Champagne ha una storia secolare, stesso dicasi per Steinway. Tuttavia qualcosa sta andando storto nel Levante. Bloomberg ha frugato tra i negozi cinesi. Gli strumenti s’ammucchiano in magazzino e vende con il 30% di sconto.
Pearl River Piano e Hailun Piano, che insieme coprono metà della produzione cinese, ammettono il crollo. La crisi economica ha colpito la piccola e media borghesia, che in aggiunta è meno rampante di un tempo, meno desiderosa di offrire ai figli ciò di cui vennero privati i nonni. Il benessere notoriamente fiacca idee e slanci. E così, si ripropone il copione della vecchia Europa dove prima fu la volta di Inghilterra, Francia e Germania, le più industrializzate, ricche e desiderose di appropriarsi di status symbol, tra essi il pianoforte.
Con ritardo, qualche timidezza, s’aggiunga la croce e delizia della lirica che tutto piglia, fu poi la volta dell’Italia, con apice nella seconda metà del secolo scorso quando guai se la signorina/o di buona famiglia non metteva mano su una tastiera.
E comunque, a chiusura di qualsiasi ciclo scolastico si aveva cognizione di chi fossero Verdi, Mozart o Bach. Poi il tonfo che quotidianamente registriamo.
Torniamo in Cina dove, durante la Rivoluzione culturale, pianoforte e violino erano banditi poiché associati alla borghesia. Tan Dun (Oscar e Grammy per la colonna de La Tigre e il Leone) ci ha raccontato che «non si poteva suonare musica occidentale. Iniziai a inventare dei suoni con quanto avevo a disposizione. Così, è nata la mia prima musica d’avanguardia». Poi la svolta, esemplificata dal film Il pianoforte in una fabbrica dove un operaio cinese costruisce un pianoforte con i rottami della propria fabbrica pur di soddisfare il sogno della figlia.
Lo stesso Lang Lang, classe 1982, l’ur-pianista del Levante crebbe a fame e sacrifici in un sobborgo di Pechino studiando furiosamente pur di farcela. Il bisogno di musica classica ha contaminato pure la vicina Corea del Sud, però qui i numeri sono meno impattanti. La bolla d’Oriente è ora scoppiata. Anche per i musicisti del vecchio continente che là hanno trovato sale concertistiche e scuole pronte ad accogliere la loro arte.
Data la contrazione della popolazione, il cambiamento delle norme in materia di istruzione e l’esitazione ad abbracciare i punti di riferimento culturali occidentali nella Cina di Xi Jinping, il declino delle vendite e della produzione di pianoforti e quanto ruota attorno dice Bloomberg - potrebbe rivelarsi difficile da invertire. Ergo, siamo solo agli inizi di un’onda lunga i cui effetti si vedranno tra un po’ in area pianoforte ma anche dintorni.
La Cina torna a deluderci, anche su questo fronte. Che fare? Dovremmo invertire la tendenza ed essere noi a riappropriarci di ciò che più ci appartiene e che l’Oriente ha scoperto, studiato e amato: chapeau per lo sforzo. Dice bene Leonidas Kavakos, violinista tra i massimi, «sono in voga varie forme di meditazione orientale, ma noi europei avremmo già tutto in casa. La nostra musica allena a meditare, affina la capacità di concentrazione. L’Europa deve proteggere e comunicare la grandezza del proprio patrimonio artistico».
La mente va alle questionucce legate alle espressioni scomode nei libretti d’opera («immondo sangue de’ negri», nel Ballo in maschera. Un esempio) da cancellare. Inezie. Il focus va spostato su altro. La musica classica, e con essa l’opera, è una delle più alte espressioni della cultura d’Europa. La musica va studiata - ma seriamente - a scuola, dalla materna in su. Se conosci il linguaggio, allora lo coltivi, le nuove generazioni hanno invece poche occasioni di incontro con la Musica (con la maiuscola), fiaccata da una serie di cliché, anzitutto quello di essere polverosa e per pochi. Le neuroscienze dimostrano chiaramente quel che era chiaro agli antichi: la musica, se somministrata dall’infanzia, aiuta a far fare sinapsi ai neuroni.
L’Italiano più popolare che vi sia, Riccardo Muti, usa la sua visibilità per predicare dal podio la necessità di un’alfabetizzazione musicale. Ilaria Borletti-Buitoni mette in campo la sua rete di relazioni ma anche finanze a sostegno della società di concerti che presiede, il Quartetto. Lo fa perché fanciulla della borghesia meneghina e in quanto tale fu avvicinata subito alla musica, idem per Diana Bracco: abbiamo citato due mecenati, perché se ami allora sostieni. Sono sempre più gli artisti-imprenditori che s’inventano nuove strategie per attrarre il pubblico nelle sale, ahimé difficili da riempire anche quando c’è il grande nome. «Trame Sonore» di Mantova capitalizza le bellezze dei palazzi cittadini diffondendo musica con nuovi formati, la pianista Beatrice Rana si è inventata un festival tra le masserie pugliesi. Enrica Ciccarelli, della Società dei Concerti, sperimenta di continuo nuove formule di concerti e incontri, Raffaele Pé divulga il brio del barocco nella sua Lodi.


Spuntano offerte musicali rinnovate, il livello degli artisti è alto magari, meno cime di un tempo ma la media ha alzato l’asticella. Però non basta. Bisogna partire dalle scuole e dalla consapevolezza che la Musica sia uno dei nostri primi tratti identitari.

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