
Il bullismo, la fragilità, il suicidio. Quanti ragazzi con i pantaloni rosa ci sono, chiusi nel loro dolore e nelle loro gabbie che si sgretolano con un soffio? Da poco su Netflix è sbarcato Il ragazzo dai pantaloni rosa, il film di Margherita Ferri su Andrea Spezzacatena, vittima di cyberbullismo e suicida a 15 anni. Che suo figlio fosse vittima di cyberbullismo, la madre di Andrea l'ha scoperto solo dopo la sua morte, entrando nel suo profilo Facebook. Da quel momento Teresa (nel film è Claudia Pandolfi) ha dedicato tutta la sua vita a parlare nelle scuole dei pericoli della Rete.
«Le parole uccidono». Non solo le aggressioni fisiche, o i gesti ostili, o le minacce. «Le parole sono come dei vasi di fiori che cadono dai balconi. Se sei fortunato li schivi e vai avanti sulla tua strada, ma se invece sei un po' più lento, ti centrano in pieno e ti uccidono» scriveva amaramente Andrea Spezzacatena.
Andrea aveva appena compiuto 15 anni quando decise di togliersi la vita, il 20 novembre 2012, a Roma. Era un ragazzo pieno di talento, eccellente a scuola, bravo nel canto, amante del cinema, sensibile. Erano state le parole crudeli degli altri a isolarlo, ponendolo al centro di una dinamica perversa di esclusione e dileggio che lui, appena adolescente, non fu in grado di sopportare. La tragedia di Andrea racconta il dramma silenzioso delle vittime di bullismo.
Uno studio Istat attesta come il 9,4% degli intervistati (un campione di 350mila ragazzi) abbia dichiarato di aver assistito in prima persona o di essere venuto a conoscenza di episodi di bullismo o cyberbullismo sui suoi compagni di scuola, soprattutto nelle scuole secondarie di primo grado (11,7%, contro il 7,9 delle scuole secondarie di secondo grado).
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