Dal Pacifico schiaffo a Xi. "No al patto di sicurezza". E su Taiwan 30 jet cinesi

Dieci nazioni insulari respingono la proposta di cooperazione di Pechino. Altra incursione aerea

Dal Pacifico schiaffo a Xi. "No al patto di sicurezza". E su Taiwan 30 jet cinesi

Laggiù, sul quadrante più lontano dall'Europa, giorno dopo giorno, mossa dopo mossa, si sta giocando una partita a scacchi che si fa sempre più minacciosa. È il Pacifico il confine dove Stati Uniti e Cina si preparano alla resa dei conti. Il governo di Pechino da tempo non fa nulla per nascondere le sue intenzioni, le rivendica, le ostenta, perfino con un certo gusto per la provocazione. È successo anche ieri. Trenta aerei militari, tra cui 22 caccia da combattimento, hanno violato lo spazio aereo di Taiwan e ormai accade una settimana sì e una no, come una parata, come una minaccia, come un «ricordati che stiamo per arrivare». È uno stillicidio. Questa volta lo spettacolo è mirato, con una spettatrice particolare, la senatrice dell'Illinois Tammy Duckworth in visita a Taipei. Non è solo per il suo ruolo diplomatico, ma anche per quello che rappresenta. È vice presidente del partito Democratico, lo stesso di Biden. È una veterana dell'Iraq e nel 2004 il suo elicottero fu colpito da un razzo lanciato dai guerriglieri ribelli e perse tutte e due le gambe. È figlia di un marine statunitense e di una thailandese di origini cinesi. La senatrice Duckworth sta girando il Pacifico per spingere i governi a non lasciarsi incantare dalle promesse di Xi Jinping.

Pechino è in cerca di alleati e punta a disegnare un'area di influenza da contrapporre agli Usa, forti dei legami indissolubili con Australia e Nuova Zelanda. È da qui che nasce il viaggio del ministro degli Esteri Wang Yi in Oceania. Al centro ci sono dieci nazioni insulari a cui la Cina propone un trattato di cooperazione commerciale, economica e militare. È il patto per il Pacifico. Ci si aspettava ieri la firma, durante il vertice a Suva, sulle isole Fiji. Wang è arrivato con una lettera di Xi Jinping: «La Cina sarà sempre un buon amico». Come a dire: noi non siamo come gli americani. Il ministro degli Esteri ha cercato di rassicurare i suoi interlocutori: «Non siate troppo ansiosi o troppo nervosi. Lo sviluppo comune significa grande armonia, maggiore giustizia e la crescita del mondo intero». Si è parlato molto, ma alla fine la firma non c'è stata. Il patto è stato sospeso. Chi sono i dieci? Isole Salomone, Kiribati, Samoa, Figi, Tonga, Vanuatu, Papua Nuova Guinea, Isole Cook, Niue e Micronesia.

Qualcuno in realtà era pronto a fidarsi, altri come Palau, le Marshall e Nauru non hanno neppure partecipato, a decidere le sorti della giornata è stata comunque la Micronesia, che ha convinto tutti gli altri a non avere fretta. Non è il caso di fidarsi di Pechino a occhi chiusi. Il presidente David Panuelo ha fatto notare che un tale accordo avrebbe conseguenze non da poco per l'equilibrio geopolitico globale. «I piani di espansione della Cina nel Pacifico minacciano la stabilità e potrebbero scatenare una guerra fredda tra Pechino e l'Occidente». Il problema è che la storia non finisce qui. L'accordo è in pausa ma non è detto che più in là si possa arrivare a una firma. Wang non torna a casa comunque a mani vuote. Sabato ha siglato un accordo con le Samoa per una «maggiore collaborazione» e i confini sono ancora da definire.

Ci sono poi tre intese con le Fiji che amplierebbero la cooperazione in materia di economia, commercio, agricoltura, pesca, turismo, aviazione civile, istruzione. Il prossimo passo sarà un «Piano Marshall» cinese per il Pacifico.

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