
Ha raccontato alla sua avvocata, Lea Tsemel, di essere rimasto ammanettato e bendato a terra, per tutta la notte, in una base militare dell'Esercito israeliano (Idf), dove due soldati lo sorvegliavano. «Lo hanno anche picchiato», ha aggiunto l'amico e co-regista di No Other Land, Yuval Abraham. Ma è stato liberato ieri mattina e tornerà a casa, dopo il ricovero in un ospedale di Hebron, Hamdan Ballal, palestinese di 36 anni, vincitore dell'Oscar insieme agli altri tre membri del «collettivo», formato da israeliani e palestinesi, che si sono aggiudicati il premio cinematografico più prestigioso per il documentario che racconta la distruzione della piccola comunità rurale di Masafer Yatta, in Cisgiordania, da parte dell'esercito israeliano. Con lui erano stati arrestati e sono stati liberati anche altri due palestinesi, Khaled Shanran, 33 anni, e Nasser Shariteh, 50 anni.
Proprio quel villaggio, nel sud della Cisgiordania, è stato teatro lunedì sera di un attacco dei coloni israeliani, che hanno colpito i palestinesi durante l'Iftar, il pasto che rompe il digiuno del Ramadan. Alcuni dei settler erano armati, a volto coperto e con uniformi da soldati e hanno lanciato pietre e aggredito la comunità locale, provocandone la reazione. L'esercito israeliano è intervenuto, ma ha messo le manette ai tre palestinesi, arrestando Ballal, che era ferito alla testa e allo stomaco, mentre si trovava su un'ambulanza. Per Basel Adra, membro del collettivo vincitore dell'Oscar, «la violenza va avanti da sempre» qui «ma Hamdan era un bersaglio in prima persona» ora che è noto dopo la vittoria dell'Oscar. La violenza contro i palestinesi, in Cisgiordania, è aumentata in maniera esponenziale dopo la strage di Hamas del 7 ottobre. Secondo l'Onu, solo negli ultimi tre mesi del 2024 sono stati oltre 1800 gli episodi di violenza dei coloni contro le comunità palestinesi, una media di quattro al giorno, che hanno avuto per la maggior parte come teatro le località (nell'ordine) di Nablus, Ramallah e Hebron. Tra le prime voci a sollevarsi contro l'attacco di lunedì si è alzata quella della Francia, che ha anche ribadito la sua condanna «della colonizzazione, contraria al diritto internazionale».
A Gaza, intanto, mentre proseguono i raid israeliani e le associazioni mediche e umanitarie denunciano una situazione gravissima per i civili, per la prima volta in maniera massiccia, migliaia di palestinesi manifestano contro la guerra e contro Hamas a Beit Lahia e Jabalia, nel nord dell'enclave palestinese. «Hamas, vattene!»; «Il popolo di Gaza non vuole la guerra»; «Vogliamo mangiare» sono stati alcuni degli slogan pronunciati dai civili, in quelle che sono considerate le più massicce proteste contro gli islamisti da inizio conflitto. Alcuni civili hanno contestato anche i media, tra cui Al Jazeera, denunciando che la tv del Qatar (il Paese che media fra gli integralisti islamici e Israele ma finanzia Hamas) non sta raccontando la loro protesta.
Fonti del Financial Times riferiscono, intanto, dei piani di Israele per riconquistare e occupare la Striscia. La proposta - che deve essere ancora approvata dal Gabinetto di sicurezza israeliano - secondo fonti del giornale inglese è stata formulata dal nuovo capo di Stato maggiore delle Idf, Eyal Zamir, con il sostegno ufficioso dei ministri di estrema destra e grazie al sostegno implicito di Donald Trump.
E se la guerra prosegue senza sosta nella Striscia, nuovi attacchi dell'Idf si registrano anche in Libano. In Siria, nelle ultime settimane, le truppe israeliane hanno effettuato diverse incursioni su vari siti di stoccaggio di armi.
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